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Benessere sociale

2018-10-10T06:48:26+00:00

Nuovi bisogni e istituzioni a Milano da fine Ottocento a oggi

di Gianpiero Fumi

Alle soglie del XX secolo Milano si presentava città dinamica e industriosa, capace di richiamare dal contado e dalle province più lontane i lavoratori e le lavoratrici di cui necessitava per consolidare il suo ruolo di capitale economica del Paese.

L’aumento della popolazione portava con sé nuovi bisogni, da quelli abitativi a quelli alimentari, sanitari, educativi e culturali e insieme sollecitava nuove forme di solidarietà alle quali la città e i suoi abitanti mai si sono sottratti. Questi stessi bisogni, con modalità nuove nel trascorrere dei decenni, hanno accompagnato i cambiamenti sociali ed economici che hanno portato Milano ad assumere la sua attuale fisionomia di metropoli moderna e multietnica, grazie a una capacità di accoglienza e integrazione che ha radici antiche e forme sempre nuove.

Milano oltre i bastioni

Non è semplice condensare in breve spazio le modificazioni che Milano ha sviluppato nell’ultimo secolo nella forma urbana, nella composizione sociale, nelle condizioni di vita dei suoi abitanti, nella sua capacità di accoglierne e integrarne di nuovi. Approdato a Milano ai primi del Novecento, Umberto Boccioni descrive il grande fervore della città, che vede anche dalla propria abitazione in via Adige, in dipinti come Officine a Porta Romana, La strada entra nella casa, Materia, La città che sale, mostrandola come uno straordinario organismo fatto di motori, centrali, cantieri, stazioni, fabbriche. A questa impetuosa crescita corrispose qualche anno dopo l’aggregazione dei comuni circostanti la città, da allora divenuti parte di Milano. La relazione che accompagna il provvedimento di aggregazione, del 1923, afferma: “Ai margini della città, traendo vantaggio dalle favorevoli condizioni di vita offerte dalle sue fiorenti officine, si sono gradualmente sviluppate le comunità contermini di Baggio, Affori, Chiaravalle Milanese, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno, Vigentino [cui si aggiungeranno nello stesso anno Lorenteggio e Ronchetto], mentre, col progressivo ampliamento edilizio, il comune di Milano si è congiunto ai loro abitati, con taluno dei quali ha anche in comune delle vie, ed ha dovuto stabilire nel loro territorio alcuni dei suoi più importanti stabilimenti e servizi pubblici, come il polisportivo ed i nuovi impianti ferroviari in Lambrate, il grande collettore della fognatura in Vigentino, l’ippodromo in Trenno, il cimitero in Musocco, l’Ospedale dei contagiosi in Affori, l’aerodromo in Baggio, ecc.”.
Dunque dai primi decenni del ventesimo secolo la “capitale economica” dell’Italia e una tra le prime città del Paese per vivacità culturale e politica, si dilata oltre la cerchia delle linee ferroviarie ottocentesche, formando un continuum con i comuni della cintura. Il centro storico resta popolato – cioè non si verifica ancora l’espulsione di residenti, specialmente giovani, ad opera di uffici e negozi riscontrabile negli ultimi decenni, con conseguente invecchiamento della popolazione nella città storica – e rimane abitata dai ceti popolari, essendo ancora poco avvertibile la sostituzione degli abitanti tradizionali da parte delle classi medie (cosiddetta gentrification). Ma molti dei nuovi arrivati si vanno ad insediare nelle zone interessate dall’industrializzazione, che in un certo senso diventano il cuore pulsante della modernità.

Il problema della casa

Tra 1881 e 1921 la superficie edificata a Milano raddoppia. Dinanzi all’afflusso di sempre nuovi abitanti, le sfide riguardano anzitutto l’abitazione e le condizioni igienico-sanitarie dell’ambiente urbano. Nel lungo periodo il continuo calo degli indici di mortalità della popolazione milanese riflette il progressivo miglioramento nelle condizioni igieniche personali, delle abitazioni e degli ambienti collettivi, a parte gli anni delle guerre mondiali e quelli subito successivi. Ma le migliaia di nuovi abitanti che si aggiungono ogni anno (allora provenienti dalla provincia milanese e da altre province della Lombardia e del Veneto) e la formazione di nuovi quartieri– pongono un grave problema di alloggi, soprattutto per la popolazione meno abbiente. Un’inchiesta comunale del 1903 censisce circa 35.000 famiglie che vivono in una stanza sola. I senza tetto potevano trascorrere qualche notte nei dormitori pubblici – gli asili e ricoveri notturni fondati da filantropi come l’editore Edoardo Sonzogno e il banchiere Giuseppe Levi – o nell’Albergo popolare creato da Luigi Buffoli nelle vicinanze della stazione ferroviaria di Porta Genova. Secondo un’indagine di Alessandro Schiavi del 1905, quasi 35.000 persone non avevano un letto sicuro, e ogni anno si aggiungevano migliaia di nuovi immigrati.
All’inchiesta su La questione delle case operaie in Milano, realizzata dalla Società Umanitaria ai primi del Novecento su incarico del Comune, diede il via alle prime iniziative di edilizia popolare agevolata, in sintonia con i primi interventi dello Stato in questo campo. Per opera del Comune e dell’Istituto Autonomo Case Popolari nacquero i complessi di via Mac Mahon, Ripamonti, Spaventa e Tibaldi (2.750 vani). A sua volta l’Umanitaria edificò i quartieri operai di via Solari e viale Lombardia. Nel primo dopoguerra s’aggiunsero villaggi di case operaie (villini monofamiliari) ispirati alle “città giardino”, per circa 2.300 locali, e i villaggi operai della società Breda alla Bovisa e della Pirelli alla Bicocca. Le soluzioni erano d’avanguardia per l’epoca: alloggi più ampi, con spazi e servizi comuni anche nei quartieri popolari. Nuove scuole, centrali elettriche e idriche, mercati, panifici cooperativi, bagni pubblici popolarono il paesaggio di nuove architetture sociali.

Dagli anni Trenta, grazie all’attività degli architetti razionalisti riuniti intorno a “Casabella”, si punta a fare della casa popolare la “casa per tutti”. Eppure l’inchiesta sulle abitazioni fatta in occasione del censimento della popolazione del 1931 mise in luce quanta strada ci fosse ancora da fare per avvicinare Milano agli standard delle più evolute città europee. L’acqua corrente arrivava nel 63% delle case, solo il 52% era dotata di gabinetto interno e non più del 22% era dotato di una vera e propria stanza da bagno. Un terzo delle abitazioni mancava di un apposito locale per cucinare i cibi. Il riscaldamento era affidato nella stragrande maggioranza dei casi a stufe e camini. Invece l’energia elettrica era diffusa in quasi tutte le abitazioni, anche il suo uso in quegli anni di recessione economica era centellinato. Le situazioni di degrado erano collocate prevalentemente nelle aree dentro i bastioni, habitat tradizionale dei ceti popolari. Alle preoccupazioni igieniche rispondevano in certa misura i bagni pubblici realizzati dall’amministrazione comunale in diversi luoghi fella città (S. Marco, Ponte delle Gabelle, Sottocorno, Pagano, Argelati). Qui si passò da 100.000 ingressi nel 1901 a ben 800.000 una quarantina di anni dopo.
Dopo i gravissimi danni al patrimonio edilizio milanese prodotti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, con la ricostruzione e nella stagione dell’INA-Casa (l’ente pubblico statale incaricato di realizzare un grande piano di intervento per l’edilizia residenziale pubblica) la volontà di rispondere alla fame di alloggi dignitosi per tutti si esprime nella progettazione del QT8, dove verde e paesaggio trovano grande spazio, secondo i canoni del razionalismo, e in altri quartieri. Milano si espande più in fretta che in passato sotto la pressione dei nuovi flussi migratori. La qualità delle realizzazioni urbanistiche è meno evidente che in passato, a parte alcuni episodi come le torri del quartiere Gratosoglio (dello Studio BBPR su incarico dell’Istituto Autonomo Case Popolari) e alcuni edifici del quartiere Comasina. Comunque nelle periferie il disegno urbano resta abbastanza omogeneo e ordinato. E più in generale le condizioni abitative migliorano significativamente, l’acqua potabile, la toilette e il bagno, l’energia elettrica si estendono a quasi tutte le case.

ll sindaco Pietro Bucalossi parla alla folla durante l’inaugurazione del quartiere di edilizia popolare di Sant’Ambrogio, Milano, 13 aprile 1966. Foto di Sergio Cossu / Publifoto (Fondazione ISEC, Sesto San Giovanni)

Alcune nuovi agglomerati diventano dormitori, dove trasporti, esercizi commerciali e altri servizi arrivano tardivamente rispetto alla rapidità delle trasformazioni. Non mancano anche problemi di degrado. Ma l’integrazione lentamente procede, grazie al lavoro che c’è per tutti, alla tradizionale apertura della città alle novità, alla presenza efficace delle istituzioni sul territorio. Sono presenti le scuole di vario ordine e grado. Ci sono diverse organizzazioni che favoriscono l’inclusione senza filtri mediante la formazione professionale, l’animazione sociale, l’alta cultura e quella popolare. È presente la Chiesa, a partire dall’edificazione di nuove chiese (e dei connessi oratori, che hanno una funzione importante di aggregazione e formazione) durante gli episcopati di Schuster e Montini, sino all’insistenza degli ultimi arcivescovi sul dialogo tra le nazionalità che ormai compongono Milano e sull’arricchimento che ciascuna di esse porta alla comunità urbana. Tensioni e polemiche non mancano, ma nei fatti Milano è un laboratorio che produce frutti concreti di integrazione.

Vecchi milanesi, nuovi milanesi

La crescita della popolazione tra Otto e Novecento supera vistosamente le previsioni dei piani regolatori. Milano supera nel 1932 il milione di abitanti e si colloca tra i maggiori centri urbani europei. Grazie alla continua riduzione della mortalità infantile, la natalità resta abbastanza elevata (negli anni Venti tocca i 14 nati per 1.000 abitanti, in valore assoluto 12-14 mila neonati ogni anno) e il saldo naturale è largamente positivo (molti più nati che morti). È l’effetto anche delle misure a favore della maternità gestite dall’Opera nazionale maternità e infanzia, degli assegni familiari e di speciali sussidi alle famiglie numerose, di iniziative aziendali per le lavoratrici madri, che qui sono numerose nell’industria, nei servizi domestici, nel terziario commerciale.
Nel ventennio anche il saldo migratorio resta positivo, così come la mobilità in generale è elevata: il totale di “immigrati” più “emigrati” a Milano supera ogni anno il 6% della popolazione. La città e il suo territorio restano attrattivi. Nonostante i disincentivi del regime al trasferimento di residenza da un comune all’altro, l’incremento della popolazione milanese nel periodo è dovuto largamente all’immigrazione, che spiega una parte consistente dell’incremento demografico. La maggior parte degli immigrati proviene dalle altre province lombarde, dalle Tre Venezie, dall’Emilia-Romagna, dal Piemonte e in piccola ma significativa misura anche dall’estero.
Nel dopoguerra e nei successivi vent’anni, un periodo di forte sviluppo dell’economia, la popolazione di Milano aumenta del 40%, passando tra 1945 e 1969 da 1,2 a 1,7 milioni di abitanti. A questo andamento demografico contribuiscono l’innalzamento della natalità registrato negli anni Cinquanta e soprattutto negli anni Sessanta – fenomeno noto come baby boom – e l’ampiezza del fenomeno migratorio, attratto dall’impetuoso sviluppo dell’industria e dei servizi nell’area milanese e lombarda. L’impennata più forte si verifica a partire dal 1955, con 50-60 mila nuovi arrivi ogni anno provenienti sia dall’Italia settentrionale, sia dalle regioni meridionali, in testa la Puglia, la Sicilia, e la Campania. Il massimo storico della popolazione residente (1.743.000 abitanti) viene toccato nel 1973.
Poi gli indici di natalità frenano notevolmente e si collocano a livelli sempre inferiori agli indici di mortalità, anch’essi in via di lenta riduzione per l’allungamento della durata media di vita. Anche il saldo migratorio diventa negativo: dalla metà degli anni Sessanta il numero di partenze prevale su quello dei nuovi arrivi. Questi calano per l’esaurirsi del ciclo economico e demografico del dopoguerra. Le partenze aumentano perché una certa quota di residenti si sposta nell’hinterland, dove l’espansione urbana continua a privilegiare l’asse settentrionale del territorio, sull’onda anche della rilocalizzazione di alcune grandi imprese industriali. Il centro storico si terziarizza e ciò contribuisce alla scelta di cambiare luogo di residenza. In quarant’anni il comune di Milano perde mezzo milione di abitanti, tornando ai livelli del dopoguerra. Ma grazie alla terziarizzazione la città rimane un centro altamente attrattivo di persone e imprese. È imponente l’afflusso di pendolari e di “fuori sede” che per ragioni di lavoro e di studio raggiungono il capoluogo lombardo. Dagli anni Novanta cambia rapidamente anche la composizione etnica, sino a fare di Milano la città più multietnica d’Italia, con una percentuale di stranieri tra le più alte d’Europa (19% dei residenti al 1° gennaio 2018).

Traffico in città

Traffico in città, 1972. Foto di Silvestre Loconsolo (Archivio del Lavoro, Sesto San Giovanni)

Nuovi bisogni, nuove solidarietà

Milano ha una tradizione secolare di assistenza e sono molte le storie di prossimità testimoniate dagli archivi. Singoli benefattori, associazioni professionali, istituzioni pubbliche, enti religiosi rispondono fattivamente alle necessità più urgenti di chi è incapace di provvedervi da solo, anche se proviene dall’esterno, perlopiù dalle campagne e dalle valli, o è straniero. Nel capoluogo non mancano le occasioni per ricevere un pasto una tantum, un tetto provvisorio, un aiuto monetario, un lavoro temporaneo, trovare famiglia a un fanciullo rimasto orfano o abbandonato, avere sollievo rispetto alle povertà materiali più gravi.
Per l’età contemporanea, apposite pubblicazioni in occasione dei congressi internazionali di assistenza, pubblica e privata svoltisi a Milano ci permettono di conoscere il cospicuo patrimonio di iniziative esistenti nel capoluogo lombardo a favore dei poveri e dei bisognosi di diversa natura. Nel repertorio edito nel 1880 incontriamo una lunga serie di “opere” per la maternità e l’infanzia, gli orfani e i minori abbandonati, “pericolanti” e pericolati”, le cure climatiche, l’assistenza ospedaliera, le infermità speciali, il soccorso degli ammalati poveri a domicilio e la loro visita presso gli ospedali, la dispensa di medicine, pane e altri alimenti, la concessione di sussidi alle ragazze povere da maritare, l’erogazione di pensioni o altri aiuti agli inabili al lavoro, la cura degli anziani divenuti inabili. Ma un limite di questo modello era che la povertà (economica, di salute, abitativa, familiare…) era una precondizione necessaria per poter accedere all’aiuto pubblico o privato. Inoltre la portata degli interventi era parziale, e non mancavano situazioni di malversazione da parte dei “benefattori” o di abuso da parte degli assistiti rispetto alle risorse frutto della generosità dei milanesi.
Il repertorio del 1906, Milano benefica e previdente, presenta un’importante novità. Non lo “Stato sociale”, ancora inesistente, ma un numero notevole di associazioni di “mutuo aiuto” e di iniziative cooperative e solidaristiche che nel frattempo si sono sviluppate. Nella città industriale la natura dei bisogni cambia profondamente – anziché forme di povertà estrema, questioni legate al lavoro, ai consumi, alla casa, all’istruzione, ai trasporti … –. Più che gli aiuti estemporanei si cercano risposte preventive, risolutive, non più legate a motivazioni filantropiche, anche su pressione delle nuove organizzazioni sociali, in particolare socialiste, che rifiutano il retrogusto paternalistico di molta carità pubblica e privata e puntano a fondare le politiche di welfare su un diverso quadro dei diritti e dei doveri, una diversa concezione della cittadinanza. In effetti, la prima parte del Novecento pone le basi di un diverso sistema di welfare sull’onda dell’urbanizzazione, dell’impoverimento causato dalle fasi di “caro-vita” e di inflazione, dello sviluppo dell’associazionismo dei lavoratori e di nuovi partiti popolari. E anche dell’evoluzione delle possibilità di cura e dell’emergere di nuove aspettative. Un sistema di welfare rivolto non solo alle persone marginali, ma a interi gruppi sociali le cui necessità sono legate alla famiglia, alla salute, alla casa, al lavoro; e quindi si aspettano e rivendicavano misure in ambito previdenziale, edilizio, sanitario, ecc., per questo impegnandosi anche a versare contributi ad appositi fondi durante la propria vita lavorativa.
Così la successiva evoluzione del welfare presenta molte novità rispetto alla lunga tradizione assistenziale cittadina. Nei confronti di un universo assistenziale ampio e mutevole le istituzioni che hanno a cuore il bene comune rivendicano un ruolo di stimolo e di coordinamento, se occorre di supplenza. Ma anche di informazione, con l’obiettivo di favorirne la conoscenza e l’accesso presso chi ne poteva aver bisogno. Nel 1909 la Società Umanitaria predispone una singolare Guida agli emigranti nella Lombardia, primo tentativo di “raccolta di notizie sui salari e sul costo della vita nei centri industriali, grandi e piccoli, delle provincie lombarde” (e del Piemonte orientale). Per facilitare la scelta di chi cerca lavoro altrove, la Guida fornisce informazioni sintetiche su trasporti, scuole, industrie e sulle “condizioni elementari di vita” di un operaio (salari, prezzi, alloggi, organizzazioni dei lavoratori) ottenuti mobilitando società operaie, camere del lavoro, segretari comunali.

Certo, non tutte le istituzioni assistenziali presentano la stessa apertura e disponibilità ai bisognosi. Generalmente le singole fondazioni e associazioni hanno vincoli negli scopi, nelle risorse, nei fruitori potenziali e comunque non operano in modo coordinato. Alcune sono amministrate in forme poco trasparenti, tant’è che nella storia dell’assistenza le autorità pubbliche ed ecclesiastiche dovettero intervenire a più riprese per vigilare sul buon uso del “patrimonio del povero”. Il risultato è che nella sfera pubblica i contrasti sulle modalità assistenziali più idonee rispetto alle trasformazioni in atto sono aspri. Ma la maggior parte dei protagonisti della scena pubblica riconosce che il pluralismo è di per sé positivo, permettendo che le opere destinate ai più bisognosi – dagli enti alle parrocchie – si rafforzi e si rinnovi nel tempo. Emerge così la capacità auto-organizzativa della società ambrosiana nelle sue diverse componenti, senza troppo bisogno di legittimazioni e stimoli esterni.
Alla vigilia della Grande Guerra, poco prima che il governo municipale sia conquistato dai socialisti, è il Comune di Milano a curare una Guida-manuale della assistenza e beneficenza. Si tratta di uno strumento concepito per agevolare l’accesso alle opere assistenziali senza riguardo al colore politico e religioso ma secondo le necessità della vita, le condizioni materiali, lo stato di salute: maternità e infanzia, adolescenza e gioventù, beneficenza elemosiniera, anziani e inabili al lavoro, ammalati poveri, istituzioni di previdenza. Non si aveva ancora alcun sentore di un conflitto che di lì a breve avrebbe sconvolto l’intero edificio politico e sociale, a Milano e nell’intera nazione. Cinque anni dopo, in una città scossa dalla tremenda prova della guerra, è la Deputazione provinciale di Milano a curare la pubblicazione di un ampio censimento delle istituzioni di beneficenza e assistenza sociale dell’intera provincia di Milano: un volume di 1.400 pagine che illustrano tutte le opere assistenziali, tra cui emergono per ampiezza e capillarità quelle del capoluogo.

Tradizioni e sicurezza alimentare

A metà Novecento i livelli alimentari dei ceti popolari in Italia erano di poco superiori ai livelli di sussistenza e, in particolare, erano molto bassi i consumi “ricchi” come carni, grassi animali, dolciumi (quelli oggigiorno sotto accusa da parte dei nutrizionisti). Ma rispetto ad altre città, negli ultimi secoli Milano ha goduto di una relativa abbondanza alimentare grazie a diversi elementi: la posizione della città al confine di una regione agricola intensiva, la Bassa Lombardia; i collegamenti che ne fanno lo snodo di più ampi mercati del cibo; lo sviluppo di imprese di produzione e distribuzione del settore agroalimentare.

Mercato del pollame

Mercato del pollame in via Lombroso, anni Trenta circa. Foto di G. Belloni (Civico Archivio Fotografico, Milano)

Il quadro dei consumi muta rapidamente a partire dagli anni del “miracolo” economico. Il diffuso aumento del reddito permette un miglioramento del tenore di vita, compresa una prima diversificazione dei consumi, con la crescita di quelli di beni voluttuari e dei consumi legati al tempo libero. Il grande esodo di popolazione proveniente da tutte le zone agricole pone sostanzialmente fine all’autoconsumo familiare e apre la strada all’assimilazione di nuovi modelli alimentari, mediati dall’industria e dal sistema distributivo. Dagli anni Sessanta la domanda si orienta verso consumi più ricchi (formaggi, carni) e sembra quasi dimenticare i prodotti tradizionali, identificati come il retaggio di un’antica condizione di miseria. Nel rapido cambiamento degli stili di vita che prende avvio in quegli anni l’alimentazione si arricchisce dei prodotti provenienti da nuovi comparti industriali (gelati, surgelati, alimenti per l’infanzia, prodotti da forno, estratti e concentrati, bevande). Oltre che dall’industria, lo stimolo verso una cultura alimentare nazionale proviene anche dalla ristorazione collettiva (mense aziendali, mense scolastiche, colonie estive).
Nella tendenza ai consumi di massa persistono però preferenze e stili alimentari legati alle zone d’origine, anche perché rimane l’uso di effettuare almeno un pranzo in famiglia, con cibo preparato in casa. Nel caleidoscopio milanese l’omologazione della cucina è un processo lento, nel quale restano vive alcune consuetudini legate alle diverse provenienze territoriali. Anche i ricettari e le riviste femminili italiane invitano le donne di casa e gli esercenti trattorie e ristoranti a non dimenticare o riscoprire i piatti della tradizione. Già negli anni Venti si nota come a Milano si consumassero più piatti a base di grano rispetto ad altri cereali, segno di una più marcata influenza delle altre tradizioni regionali sull’alimentazione cittadina. Sulla tradizione milanese e lombarda s’innestano così nuove materie prime e specialità, come le paste alimentari e i piatti di altre tradizioni gastronomiche.

La salute dei milanesi

Per Milano gli indici sanitari registrano un miglioramento a partire dalla fine dell’Ottocento. Sono decenni di trasformazioni in cui muta progressivamente anche il quadro delle patologie sanitarie, mandando in crisi gli assetti assistenziali preesistenti. In una fase di crescita della popolazione, il perdurante impatto di malattie infettive ad alto rischio come il colera e la tubercolosi sollecitarono finalmente un rinnovamento dei servizi collettivi, dal momento che le statistiche sulla salute evidenziarono come queste malattie colpivano soprattutto i quartieri popolari ed erano strettamente legate alle cattive condizioni igieniche e a un regime di vita insalubre. Nel capoluogo lombardo come nel resto del Paese si intensificarono gli investimenti per la potabilizzazione dell’acqua, lo smaltimento controllato delle acque nere, la vigilanza sulle diverse fasi della catena alimentare – in particolare per l’approvvigionamento di carne, latte e derivati, dagli allevamenti ai macelli, dalle industrie di trasformazione alle rivendite – e la riprogettazione delle strutture collettive quali scuole, ospedali e orfanotrofi.
Vi è poi il capitolo delle istituzioni di ricovero. Nel quarantennio dopo l’unificazione il capoluogo lombardo si arricchisce di nuove strutture ospedaliere – la parte chirurgica dell’Ospedale Fatebenefratelli, il Manicomio provinciale di Mombello, il Pio Istituto oftalmico, il Pio Istituto dei rachitici, l’Ospedale dell’Ordine di Malta per fanciulli, l’Ospedale dei contagiosi di Dergano, l’Ospedale dei bambini, l’Istituto Bassini per erniosi poveri – oltre a diverse strutture di poliambulanza e guardia medica, atte al pronto soccorso gratuito.
La prima guerra mondiale provocò un generale peggioramento delle condizioni di vita e di salute, come dimostra il rincrudimento di tubercolosi, sifilide e malaria, oltre al gravissimo problema dei feriti, mutilati e altri invalidi psichici e fisici. Le risposte all’emergenza sanitaria non tardarono. Ad esempio per la tubercolosi, all’epoca una delle prime cause di morte, il Comune di Milano completò il sanatorio di Garbagnate, dopodiché decise di realizzare un nuovo ospedale cittadino per cronici, l’Ospedale Sacco, che s’aggiunse ai preesistenti grandi sanatori pubblici al servizio della città e del territorio (Cuasso al Monte, Legnano, Ornago, e Prasomaso).
Ma anche l’ospedale “generale” si trasformò gradualmente da ricovero destinato essenzialmente a poveri e persone prive di reti protettive, quale era stato per secoli, a struttura aperta a tutti gli abitanti con problemi di salute. Le speranze nella capacità di cura della medicina scientifica si tradussero nella lettura in chiave medica dei momenti più problematici della vita: come il parto, la crescita durante l’adolescenza, le malattie “segrete” (veneree), quelle legate al disagio psichico, le forme di disabilità. Alla specializzazione delle strutture sanitarie si accompagnò l’aumento dei pazienti a seguito di alcune importanti innovazioni istituzionali. Dapprima, a fine Ottocento, l’introduzione del “domicilio di soccorso”, cioè l’obbligo a carico dei comuni di sostenere le spese di ricovero di coloro che erano iscritti agli elenchi dei poveri (con la conseguenza però di appesantire i bilanci degli ospedali, come vedremo). Poi la lenta apertura del sistema sanitario anche alle classi lavoratrici. Tra gli scopi delle società operaie, volontarie, spesso vi era quello di dare ai soci e familiari una certa assistenza farmaceutica, medica o ospedaliera, talvolta con l’appoggio dei datori di lavoro. Una ben maggiore apertura è derivata dall’introduzione, nel periodo tra le due guerre, delle assicurazioni obbligatorie: per la tubercolosi, per gli infortuni di lavoro e le malattie professionali, infine l’assicurazione contro le malattie in genere.
Almeno fino agli anni Venti la limitatezza delle risorse statali spinse Milano a far leva prevalentemente su altre risorse ed energie, anche private. In materia di benessere collettivo le divergenze politiche non escludevano anche elementi comuni: il proposito di salvaguardare un certo grado di autonomia del welfare locale, mediante una buona gestione amministrativa e un equilibrio finanziario sostenibile nel tempo; la volontà di puntare sull’innovazione grazie alle competenze tecnico-scientifiche di cui Milano non faceva difetto; la spinta a definire programmi il più possibile coordinati per un territorio più vasto, provinciale se non anche regionale. Così è avvenuto per risolvere la “questione ospedaliera” esplosa ai primi del Novecento. Il deficit finanziario degli ospedali e soprattutto dell’Ospedale Maggiore di Milano, a causa del vastissimo bacino di comuni che gravitavano sul nosocomio milanese per la cura gratuita dei malati poveri, era cronico e fu enormemente aggravato dalla guerra. Inoltre l’aumento della popolazione mise alla prova tutte le strutture sanitarie, pur essendo minimo il ricorso dei ceti popolari alle cure. Per risolvere in modo duraturo tali problemi fu impostato un programma di ammodernamento riguardante l’intero territorio regionale, riorganizzando la sanità lombarda su più livelli. Va sottolineato come il programma beneficiò di un rilevante sostegno e stimolo, sul piano progettuale e finanziario, della imponente Cassa di risparmio delle provincie lombarde.
Sino agli anni Venti Pavia rimase l’unica sede per la formazione universitaria di medici e farmacisti in Lombardia. Ma a seguito degli ambiziosi progetti e dell’iniziativa di un protagonista come Luigi Mangiagalli, il capoluogo milanese si pose al centro del perfezionamento postuniversitario e della ricerca medica con la creazione degli Istituti clinici di perfezionamento, che col tempo giunsero a ricomprendere l’Istituto ostetrico-ginecologico (poi intitolata a Mangiagalli), la Clinica delle malattie epidemico-contagiose, la Clinica del lavoro, la Clinica pediatrica. Diverse strutture milanesi si specializzarono in determinate categorie di malati acuti, alleggerendosi dell’assistenza ai malati cronici e non autosufficienti, una volta definiti “incurabili”. Rispetto a quest’ultimo settore, uno dei più gravosi del welfare anche per la tendenza all’allungamento della vita, sono nate apposite strutture.

Il motore della cultura

Lo sviluppo di Milano è legato alle attività formative e culturali, e non solo a livello di scuola dell’obbligo per i minori. In ambiente urbano l’istruzione e la cultura assumono molti ruoli: colmano i dislivelli culturali e professionali, favoriscono il confronto e l’integrazione tra gruppi e persone di diversa estrazione sociale e provenienza, modificano mentalità tradizionali, creano nuove opportunità. A Milano, che ha una lunga tradizione nel settore, hanno importanza tanto le iniziative comunali nel campo dell’educazione di ogni livello e della formazione professionale, quanto quelle non profit e statali, con effetti importanti nel lungo periodo. Infatti le statistiche registrano la progressiva riduzione degli analfabeti tra gli uomini come tra le donne; quindi la crescita dei titoli di studio della popolazione e l’aumento dei consumi culturali.
L’educazione popolare rientra nei programmi delle maggiori forze politiche, che spesso danno sostegno a iniziative come le biblioteche popolari (30 mila lettori all’anno negli anni Trenta). Da fine Ottocento oltre ai teatri, che da sempre attirano alti numeri di persone e diversi strati sociali secondo il genere di rappresentazione, all’intrattenimento culturale della popolazione si rivolgono nuovi spazi multifunzionali come i politeama e i café-chantant. Emergono poi altri luoghi di fruizione culturale e impiego del tempo libero, come il cinematografo e vari eventi sportivi.

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  • Opere sociali e responsabilità d’impresa. Casi e temi del Novecento, a cura di A. Carera, Milano, Vita e Pensiero, 2009
  • Far bene e fare il bene. Interpretazioni e materiali per una storia del welfare lombardo, a cura di A. Colombo, Milano, Irer. Istituto regionale di ricerca per la Lombardia – Guerini e Associati, 2010
  • Guida dell’Archivio dei Luoghi pii elemosinieri di Milano, a cura di L. Aiello e M. Bascapè, Como, Nodo Libri, 2012
  • M. Paniga, Welfare ambrosiano. Storia, cultura e politiche dell’Eca di Milano (1937-1978), Milano, Franco Angeli, 2012
  • La vita fragile. Infanzia, disagio e assistenza nella Milano del lungo Ottocento. a cura di C. Cenedella e L. Giuliacci, Milano, Vita e Pensiero, 2013
  • Milano capitale del bene comune, a cura di M. Tognetti Bordogna e V. Sironi, Milano, Franco Angeli, 2013
  • P. Redondi, Scienze sociali e dell’uomo all’alba del XX secolo, sul web: www.milanocittadellescienze.it (ultimo accesso: 24 luglio 2018)
  • M. Lucchini, La casa popolare, Milano, Fondazione dell’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Milano (Itinerari di architettura milanese. I percorsi tematici attraverso la città) (sul web: www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/13775)