>>Impegno civile

Impegno civile

2018-10-10T06:49:20+00:00

Il laboratorio ambrosiano dall’unità a oggi

di Gianpiero Fumi

Impegno civile richiama motivazioni profonde, condivisione di una certa idea del bene comune, e anche tempo, creatività e competenze destinate a scopi non personali né di lucro. L’impegno operoso a favore della società civile, della comunità politica, del lavoro, dei diseredati rappresenta un asse fondamentale del passato e del presente di Milano. Partendo da radici antiche, negli ultimi due secoli sono emerse esperienze nuove di solidarismo, di filantropia e di promozione sociale: dall’associazionismo al volontariato alle donazioni. Sono esperienze multiformi, spesso ideologicamente diverse, ma che possiamo leggere come espressioni di un comune impegno a fare di Milano un luogo accogliente per le persone senza distinzioni. Tasselli importanti del capitale sociale di Milano.

Impossibile immaginare Milano senza pensare al reticolo di associazioni, comitati, gruppi, fondazioni, enti senza scopo di lucro. Non c’è settore della vita cittadina, dalla sanità all’educazione, dall’economia alla cultura, dalla religione al tempo libero e allo sport, che non abbia sperimentato aggregazioni nate perlopiù in modo spontaneo e poi consolidatesi, dove la motivazione e l’interesse personale si coniuga con l’impegno, la progettualità, le risorse condivise con altri.
Una recente mappatura delle realtà associative milanesi lungo cinque secoli di storia ci mostra un’articolazione e una continuità sorprendenti dello spirito associativo. Al di là della retorica di Milano dal “coeur en man” o “capitale del bene comune”, come ha scritto Vittorio Emiliani, dopo un ventennio di regime fascista che certo non brillò per sostenere libertà e pluralismo Milano restava una città “coesa, uscita bene, orgogliosamente, dalla fase epica della ricostruzione postbellica […]. Una città di fondo ‘socialdemocratico’ fin dal glorioso prefascismo […] in cui l’amministrazione funzionava a dovere e nella quale il merito veniva ancora identificato, e spesso promosso, al di là delle origini sociali e regionali. Una città solida, ricca di virtù e di vitalità, con aperture umane e culturali sovente generose, laiche e cattoliche”,

L’originaria indifferenza

Nell’Italia unita l’associazionismo e la mobilitazione pro-sociale beneficiarono di spazi di libertà mai sperimentati fino ad allora. E tuttavia la concezione liberale era segnata da una concezione molto ristretta della cittadinanza e gravata da preoccupazioni di controllo sociale, ossessioni antiecclesiastiche, paura del socialismo. Per decenni si registrò un atteggiamento di sospettosa tolleranza delle classi dirigenti pubbliche verso le libere aggregazioni sociali, accettate solo passivamente. Lo stesso associazionismo operaio delle origini, sebbene fosse portatore di valori e finalità “borghesi” e laiche come l’educazione, il risparmio e la previdenza, fu guardato con grande sospetto da una classe politica assai attenta alla difesa dell’ordinamento legale e al mantenimento degli equilibri sociali esistenti. Per di più lo Stato liberale delegò alle amministrazioni locali ogni funzione socio-assistenziale, sia pure senza assegnare le risorse necessarie e senza imporre particolari obblighi di intervento pubblico in campo sociale.
In questo clima di indifferenza nacquero in Italia migliaia di istituzioni non profit con caratteri diversi da quelli dell’“opera pia”, una figura tendenzialmente subordinata all’amministrazione pubblica (soprattutto dopo la legge del 1890 che riformò l’assistenza pubblica) e comunque priva di base associativa. Per rimanere all’ambito economico-sociale, si costituirono molte mutue di previdenza ed educazione dei lavoratori, patronati per i migranti, casse cooperative e altre istituzioni di “economia sociale”. Parallelamente si ebbe una crescita vigorosa di nuovi istituti di vita religiosa aperti all’azione in campo educativo, assistenziale e sanitario a favore dei ceti popolari e dei più poveri.

Molecole simpatizzanti: lo spirito associativo a Milano

Delle aggregazioni che costituiscono l’armatura della città ancora molto ci sfugge. La vitalità sociale, culturale e ricreativa di Milano – che alcuni studiosi hanno documentato anche per altre realtà urbane della penisola, leggendole però come una manifestazione del localismo italico – è attestata dalla moltitudine di enti, comitati, congregazioni, gruppi più o meno formali. L’artista scapigliato e agitatore culturale Vespasiano Bignami, dovendo descrivere ai visitatori dell’Esposizione del 1881 la Milano delle associazioni, dei club e dei ritrovi, soffermandosi più sul lavorio interno che esse comportano che sul loro ruolo sociale, ne prende atto in questi termini: “Non mi ero fatto un’idea giusta della mole del lavoro. Altro che piccola raccolta! C’è materia per dei volumi. Solo quando ho incominciato a raccogliere le prime note intravidi la verità. Una litania di associazioni, circoli, ritrovi di ogni genere. Milano manifesta anche sotto questo rapporto la vitalità per cui va distinta in Italia, e nel suo moto di più in più accelerato le molecole simpatizzanti formano dei nuclei che per forza di attrazione si vanno ingrossando e diventano corpi luminosi … quando non sono opachi. E allora, sprofondandomi nelle riflessioni, ho scoperto che se i Milanesi si associavano così volentieri e la duravano a tenersi uniti, manifestavano d’essere di buona pasta e laboriosi, poiché le associazioni o si propongano una meta seria, o sieno di mero passatempo, oppure una mistura di questi due ingredienti, portano sempre del lavoro. Il più indifferente dei soci ha per lo meno da fare per tenersi al corrente con le quote da pagare; e il denaro è frutto del lavoro proprio (e magari anche improprio); dal più indifferente poi si monta sino al vertice della piramide ove trovansi i pochi su cui ricade di solito la briga di far andare, come si dice, la baracca. Sono le vele che raccolgono il vento. In qualche caso, quando le acque sociali si mettono in bonaccia, oltre le vele, a poppa c’è il socio mantice mosso da una gran forza di buona volontà, il quale soffia nelle sullodate vele e tiene in moto la nave”.
Guardando al ruolo sociale più che alla funzione di mero ritrovo di enti e sodalizi, una panoramica assai più completa è fornita dalle diverse rassegne della “Milano benefica e previdente” (la prima è del 1880) e dalle pagine della “Rivista della beneficenza pubblica e delle istituzioni di previdenza”, importante periodico che dà conto delle molteplici forme di cura, assistenza ed “economia sociale” in Italia e significativamente curato a Milano da Giuseppe Scotti, infaticabile segretario generale della locale Congregazione di carità. Inoltre, per merito di alcune bibliografie sono riemerse dalle biblioteche molte “pubblicazioni minori”, tante piccole pubblicazioni edite dalle organizzazioni aventi finalità di interesse collettivo. Come detto, la maggior parte di esse si muove al di fuori di ogni schema giuridico o sostegno pubblico. Vive del contributo dei soci e dei donatori, del lavoro dei volontari, della risposta dei cittadini alle attività promosse. Il raggio d’azione è variabile e l’efficacia generalmente limitata, tanto che alcuni studiosi, comparando la penisola con altri paesi, hanno definito l’associazionismo italiano una categoria “debole”. Altre critiche hanno sottolineato che il “terzo settore” sarebbe cresciuto all’ombra di un “mercato protetto”, cioè sarebbe proliferato grazie alle concessioni e alle mediazioni con lo Stato e le istituzioni pubbliche.
Resta il fatto che queste iniziative si ispirano a istanze diverse – dal paternalismo nobiliare alla cultura cattolica, dal progetto socialista al movimento emancipazionista, laico-massonico, ecologista, pacifista, del service ecc. – e si sono allargate agli ambiti più diversi, anticipando e integrando più che sostituendo l’intervento pubblico: la difesa dei lavoratori, le attività culturali, la ricerca scientifica, la tutela del consumatore, la difesa del patrimonio artistico, la salvaguardia dell’ambiente, la cooperazione allo sviluppo dei paesi poveri, la protezione civile, l’accoglienza dei più deboli…
Per riformare il “grande albero secolare della beneficenza” alcune organizzazioni, in particolare quelle socialiste, puntarono su un maggior intervento degli enti locali e dello Stato, anche se nel corso del Novecento l’espansione dell’intervento pubblico è avvenuto quasi più per necessità che per scelta, sull’onda di accadimenti come le catastrofi naturali, le due guerre mondiali, l’influenza “spagnola” del 1918-20, la recessione economica del 1929, i flussi migratori degli anni del “miracolo economico”. Ma l’espansione dell’intervento pubblico non spense, semmai fu di stimolo alle organizzazioni “tradizionali”, che potevano contare su motivazioni ideali, autonomia e flessibilità nel rispondere ai bisogni collettivi. Gli istituti per minori iniziarono a fornire ai ragazzi una vera formazione professionale. Le istituzioni ospedaliere – all’epoca enti non profit, laici ed ecclesiastici – dispensarono cure secondo le più avanzate tecniche mediche avvalendosi della liberalità dei donatori privati. Per i lavoratori si svilupparono il risparmio previdenziale e la mutualità come alternativa all’aiuto assistenziale. I disoccupati furono sostenuti nella ricerca del lavoro da appositi uffici che svolsero un’azione informativa e di collocamento, uffici promossi dalle organizzazioni dei lavoratori. Risale al periodo tra le due guerre la novità del servizio sociale, che professionalizzò l’intervento di sostegno ai singoli e alle famiglie. Alcune imprese si assunsero l’onere di questo e altri servizi ai dipendenti, come scuole aziendali, assistenza sanitaria, dormitori per la manodopera, colonie marine e montane per i figli, dopolavoro.

Elogio e critica del gesto minimo. La solidarietà “istituzionale”

Nel Novecento, sviluppando l’originaria azione volontaria dei privati singoli o riuniti in associazione, nacquero forme di “solidarietà istituzionale”. Per fronteggiare i rischi e i danni dell’industrializzazione, su iniziativa delle società operaie e di parte del mondo imprenditoriale furono promosse assicurazioni collettive per gli infortuni sul lavoro, la pensione di vecchiaia, la maternità, la tubercolosi, ecc. Il meccanismo su cui si basano è la condivisione dei rischi e delle risorse, ma in modo molto diverso dalla formula associativa. Si contribuisce finanziariamente a un fondo comune, prima su base volontaria e poi obbligatoriamente, e ne deriva un vero diritto alla prestazione quando si verifica l’evento assicurato. Dal primo dopoguerra le assicurazioni sociali si sviluppano notevolmente, separandosi ulteriormente dalla società locale per effetto delle nuove direttrici razionalizzatrici del welfare che portano alla creazione di grandi enti statali di assistenza e previdenza. A livello locale il fascismo accentua il controllo del partito su molti enti assistenziali e culturali, ne rafforza il profilo pubblicistico (nascono “associazioni” ma con privilegi e risorse di natura pubblica, che sopravvivranno alla caduta del regime) e reprime la creatività della società civile, che può proliferare solo in un clima di libertà.
Alla caduta del regime le associazioni e le organizzazioni non profit affiancano o concorrono con l’amministrazione pubblica nel rilanciare e rinnovare il welfare, rivitalizzare la cultura, ricostruire i legami sociali. Contribuiscono a questa ripresa della vitalità sociale il ritorno al pluralismo dei partiti, l’impronta sociale della nuova carta costituzionale, la nuova classe dirigente, più che la relativa debolezza delle politiche statali, aprendo spazi per il consolidamento del welfare locale su iniziativa dei comuni insieme al “terzo settore”. Un insieme di organizzazioni non lucrative operanti per fini d’interesse collettivo, che in modo forse scoordinato si ripropone come terreno di coltura di un rinnovato impegno civico e come laboratorio di concreta cittadinanza.
È dunque riduttivo leggere questo impegno dei milanesi vecchi e nuovi come una mera conseguenza delle deleghe o delle retrocessioni del welfare pubblico. Negli anni Settanta i movimenti collettivi misero in discussione le iniziative assistenziali e solidaristiche più robuste e tradizionali, giudicandone il ruolo come solamente riparativo e stigmatizzante, dunque incapace di rimuovere le cause dell’emarginazione e della diseguaglianza. In seguito nell’azione sociale e volontaria sono riemersi orizzonti meno utopistici, pur facendo salva l’esigenza di una maggiore autonomia dai partiti e dalle gerarchie, laiche ed ecclesiastiche. Da allora la creatività sociale ambrosiana ha saputo rinnovarsi e reinventarsi, assumendo le nuove figure giuridiche di onlus, ong, cooperative sociali, imprese sociali.
Semplicemente scorrendo i titoli della bibliografia suggerita qui sotto si coglie non solo un recupero di attenzione a questo “mondo di mezzo” tra Stato e mercato, ma si intuisce il radicale mutamento di prospettiva avvenuto nell’ultimo trentennio. Già accusato di invadere la sfera pubblica per favorire interessi privati, il “terzo settore” e lo spirito civico e solidale che spesso lo alimenta sono riconosciuti finalmente come realtà dotate di caratteristiche e dignità proprie, a partire dalla capacità di coniugare “beni pubblici e virtù private”. È il “capitale civico” di Milano.

Città o metropoli

In un’epoca di inarrestabile espansione delle metropoli nel mondo non possiamo non guardare alle profonde trasformazione in atto nel vivere e nell’abitare urbano. Nella lingua francese si distingue tra “cité” e “ville”, forse sottintendendo la classica distinzione delle scienze sociali tra “comunità” e “società”. È indubbio che categorie come “impegno civico”, “solidarietà”, “inclusione” agiscono diversamente secondo la dimensione e i caratteri che la città assume nel tempo.
La Milano di oggi è una città sempre più aperta alla varietà, ma non ha perso del tutto le tensioni aggregative e le forme comunitarie che riducono il rischio di una drammatica separazione tra l’abitare e il convivere. L’impegno politico e l’amministrazione pubblica sono terreni dove, in certe fasi, si è saputo elaborare programmi e figure solidificanti rispetto agli interessi particolari, dove anzi si è mirato a valorizzare le energie della società civile. Le iniziative, le organizzazioni, le persone che operano per il bene comune concorrono a far sì che il mutamento continuo e sempre più veloce della città – sul piano sociale e demografico, economico e urbanistico – non producano frammentazione e spaesamento.

Bibliografia

  • Dalla solidarietà sociale all’impresa coop, a cura di Bruno Bezza e Adolfo Scalpelli, Milano, Unicopli, 1986
  • Giorgio Rumi, La vocazione solidaristica di Milano, in Id., Lombardia guelfa, Brescia, Morcelliana, 1988, pp. 117-122
  • Solidarietà, in “Parolechiave”, 1993, n. 2
  • Economia e società in Lombardia, 1870-1899. Gli opuscoli minori nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze, a cura di Fabrizio Dolci, Milano, F. Angeli, 1995
  • Maurizio Ridolfi, Donne e uomini: aspetti della sociabilità ricreativa popolare tra Ottocento e Novecento, in “Storia in Lombardia”, 14 (1995), n. 1-2, pp. 361-378
  • Paola Bello, Un secolo di volontariato ospedaliero: la Commissione visitatrice della Ca’ Granda di Milano, 1887-1987, Bari, Laterza – Milano, Cariplo, 1993
  • Edoardo Bressan, Tra pubblico e privato: il laboratorio ambrosiano, in “Bollettino dell’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia” 48 (2013), n. 1-2, pp. 189-201
  • Costanzo Ranci, Il terzo settore nelle politiche di welfare in Italia: le contraddizioni di un mercato protetto, in “Stato e mercato”, 1994, n. 42, pp. 323-361
  • L’associazionismo operaio in Italia (1870-1900) nelle raccolte della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Catalogo, a cura di Fabrizio Dolci, Firenze, Giunta regionale toscana – La nuova Italia, 1980
  • Maurizio Ridolfi, Associazionismo, in Guida all’Italia contemporanea, diretta da Massimo Firpo, Nicola Tranfaglia e Pier Giorgio Zunino, vol. III, Comportamenti sociali e cultura, Milano, Garzanti, 1998, pp. 1-86
  • Costanzo Ranci, Oltre il Welfare state: terzo settore, nuove solidarietà e trasformazioni del welfare, Bologna, Il Mulino, 1999
  • Impegno civile: donne e uomini tra professioni, volontariato, politica, Bologna, Clueb, 2002 (“Storia e problemi contemporanei”, 15, 2002, n. 31)
  • Claudia Rotondi, Marco Doria, Assistenza, mutualismo, cooperazione. Linee per una storia del not for profit, in L’impresa sociale: ruolo e relazioni, contenuti e prospettive, a cura di Sara Campi, Genova, De Ferrari, 2003, pp. 225- 267
  • Far bene e fare il bene. Interpretazioni e materiali per una storia del welfare lombardo, a cura di Alessandro Colombo, Milano, Irer – Istituto regionale di ricerca per la Lombardia – Guerini e Associati, 2010
  • Edoardo Bressan, Percorsi del Terzo settore e dell’impegno sociale dall’Unità alla Prima guerra mondiale, in Il Terzo settore nell’Italia unita, a cura di
  • Emanuele Rossi e Stefano Zamagni, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 21-81
  • Carlo De Maria, L’evoluzione del Terzo settore dal Novecento a oggi (1915-2011), in Il Terzo settore nell’Italia unita, a cura di Emanuele Rossi e Stefano Zamagni, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 83-127
  • La vita fragile. Infanzia, disagio e assistenza nella Milano del lungo Ottocento. a cura di Cristina Cenedella e Laura Giuliacci, Milano, Vita e Pensiero, 2013
  • Milano capitale del bene comune, a cura di Mara Tognetti Bordogna e Vittorio A. Sironi, Milano, F. Angeli, 2013
  • Milano e le sue associazioni: cinque secoli di storia cittadina (XVI-XX secolo), a cura di Lucia Aiello, Marco Bascapè e Danilo Zardin, Milano, Scalpendi, 2014
  • Nicola Martinelli, Mutuo soccorso e welfare aziendale nell’esperienza italiana, in Ripensare le politiche per la non autosufficienza. Liberare e qualificare il potenziale del neo-mutualismo, a cura di Egidio Riva, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 139-163