>Istituzione
Istituzione2018-06-11T21:08:54+00:00

Unione femminile nazionale

Scheda redatta da Eleonora Cirant

Servizi assistenziali

Denominazioni
Dal 1899 al 1905, Unione femminile

Sede
Prima sede dell'Unione femminile nazionale (1900 - 1906)

Sede
Seconda sede dell'Unione femminile nazionale (1906 - 1911)

Sede
Sede dell'Unione femminile nazionale (1911 - oggi)

Le origini

L'Unione Femminile è stata fondata nel 1899 a Milano e nel 1905 si è costituita in cooperativa con il nome di Unione femminile nazionale. È tuttora operativa in Corso di Porta Nuova 32 a Milano, nell’edificio acquistato nel 1910 per farne la “Casa dell’Unione femminile”, dopo aver avuto sede in Via San Tommaso 6 e in via Monte di Pietà al civico 91.

L’obiettivo di raccogliere in una sede comune le società femminili cittadine, anche per favorirne il coordinamento, è nel Programma che annuncia la nascita dell’Unione:

«All'intento di riunire le buone volontà e concentrare e coordinare le buone opere è sorta l'idea di fondare la Casa dell’Unione Femminile. Questa dovrà diventare la sede delle Associazioni Femminili, senza distinzione dei loro conformi o difformi caratteri politici o religiosi, degli uffici di collocamento per la donna lavoratrice, operaia, professionista, ecc., di tutti gli uffici insomma delle varie istituzioni che si propongono di aiutare la donna per metterla materialmente e intellettualmente in grado di compiere la sua alta missione d'amore, di rigenerazione sociale.»

L’invito ad unirsi per «lavorare insieme ad uno scopo buono» nella convinzione che la contiguità avrebbe favorito le sinergie, il rinforzo reciproco e lo scambio delle idee, è rivolto alle istituzioni, ma anche alle singole. La Casa sarebbe diventata un luogo d’incontro ma anche di fruizione e di produzione culturale. L’appello è firmato da donne giovani e ben inserite nel circuito politico ed intellettuale della cosiddetta “borghesia illuminata” e i nomi maschili stanno a significare che il progetto è condiviso anche da uomini progressisti: firmatarie e firmatari sono Jole Bersellini Bellini, Ada Negri Garlanda, Ersilia Maino Bronzini, Antonietta Pisa Rizzi, Silvia Poiaghi Taccani, Carolina Ponzio, Nina Rignano Sullam, Elly Carus, Erma Melany Scodnik, Nina Ottolenghi, Adele Riva, Giuseppe Mentessi, Umano, Alberto Vonwiller. Ancora un brano del Programma:

«La facilità di trovarsi insieme con risparmio di tempo e di denaro agevolerà l’unione operosa delle idee e delle attività individuali. Una sola biblioteca potrà servire per le varie istituzioni raccolte nella Casa dell'Unione Femminile, un solo salone per le adunanze, per le conferenze, pei trattenimenti, una sola sala per letture. Con una piccola spesa collettiva le varie istituzioni potranno abbonarsi a giornali, a riviste; potranno istituire un ufficio comune dove le povere creature che devono ricorrere ai vari istituti di beneficenza si rivolgeranno per avere indicazioni, per stendere domande, raccogliere i documenti necessari per ottenere sussidi, senza far loro stesse, con dannosa perdita di tempo, quella specie di via crucis d'ufficio in ufficio [...].»

Il primo decennio di attività

Si prefigurano nel programma gli indirizzi che incardineranno l’opera dell’Unione femminile nella prima metà del secolo: gli Uffici indicazioni e assistenza e l’Ufficio di collocamento per il personale di servizio, realizzati in cooperazione con la Società Umanitaria, sono esperimenti socio-politici che, via via perfezionati, gettano le fondamenta del segretariato sociale in Italia. Anche La Fraterna, scuola festiva per bambine lavoratrici, e l’Asilo Mariuccia, volto al recupero di bambine e giovani donne avviate alla prostituzione, sono iniziative determinate dall’intenzione di emancipare attraverso l’aiuto che deve risollevare, dando alle donne assistite la dignità del lavoro e le competenze necessarie a svolgerlo. L’Asilo Mariuccia, fondato per iniziativa delle unioniste, è concepito fin dall’inizio come un’entità autonoma, dotata di una propria personalità giuridica.

L’assistenza pubblica e la riforma in senso laico degli istituti di beneficenza rappresentano per l’Unione femminile la porta d’ingresso nella cittadinanza e insieme la leva per forzarne i blocchi. Un terreno concreto da cui riscrivere il patto sociale mettendo in discussione i rapporti di forza: tra donne e uomini così come tra proletari e padroni. L’assistenza offre questa opportunità perché è il campo d’azione che più di tutti intreccia sfera pubblica e sfera privata e perché in esso le donne possono agire quasi indisturbate: le qualità necessarie a svolgere questo lavoro sono attribuite loro “per virtù di sesso”. Prendendosi cura degli altri così come “la natura” ha previsto, le “donne nuove” (così le definisce l’opinione pubblica più benevola), pure quando ottengono di farsi eleggere nei consigli di amministrazione delle Opere pie cittadine suscitano meno ansie sociali di altre. Le più irrise sono le suffragiste, considerate quasi dei mostri per avere snaturato l’essenza femminile pretendendo ciò che è degli uomini.

Suffragiste sono anche le promotrici e le socie dell’Unione femminile nazionale che, fautrice insieme ad altre organizzazioni del Comitato nazionale Pro Voto, condivide questa battaglia con la gran parte del movimento femminista che dalla fine dell’Ottocento fino alla Prima guerra mondiale si organizza in molte parti del mondo - dall’Europa agli Stati Uniti, dal continente euroasiatico all’Australia e ai territori nord-africani.

L’intreccio fra questione di genere - diremmo oggi - e questione di classe segna la nascita e il primo sviluppo dell’Unione femminile. Lo si vede dalla grande attenzione rivolta alle lavoratrici non solo nella organizzazione dei servizi volti alla loro tutela e alla elaborazione di leggi di promozione dei loro diritti, ma anche nelle inchieste svolte sul periodico «Unione femminile» (1901-1905). E lo si vede anche nella operatività dell’Unione in favore di chi subisce più pesantemente l’ingiustizia sociale ed economica, come quando si occupa di migliorare l’accoglienza nei ricoveri notturni o di contrastare lo sfruttamento del lavoro minorile.

Tra due guerre

La stagione di attività quasi febbrile che vede l’Unione impegnata su tutti i fronti della cittadinanza (diritti civili, sociali e politici), ha una battuta d’arresto con la Prima guerra mondiale. La frattura tra interventiste e neutraliste percorre anche il movimento delle donne e le aggregazioni al suo interno. D’altra parte, l’esperienza maturata nel campo assistenziale viene valorizzata dal contesto istituzionale e messa all’opera, sia per l’attività di sostegno ai soldati al fronte che per l’accoglienza dei profughi. Un impegno che le femministe, Unioniste incluse, si aspettavano di veder ricambiato con la concessione del diritto di voto. Attesa delusa. La Legge Sacchi, che nel 1919 abolisce l’istituto della autorizzazione maritale ed apre parzialmente le porte alle carriere impiegatizie, rimane l’unico obiettivo politico raggiunto dei molti perseguiti nella fase precedente.

Nel nuovo clima politico, che si nutre del nazionalismo post-bellico e su cui si insedia il regime totalitario del fascismo, lo spazio d’azione dell’Unione femminile – come di tante altre associazioni femminili e femministe – si restringe sempre più intorno al circuito dell’assistenza. L’impresa di sopravvivere, politicamente si intende, senza adeguarsi all’ideologia fascista è via via più complicata sia per le biografie individuali che collettive. L’Unione opera, rispetto al regime, una sorta di resistenza passiva. Mette energie nel settore in cui gode di indiscussa autorevolezza, quello dell’assistenza e del segretariato sociale, mentre sul piano culturale mantiene discretamente la propria autonomia.

Negli anni Venti e Trenta prosegue e si amplia l’attività degli Uffici indicazioni e assistenza, dell’Ufficio di collocamento per il personale di servizio, della scuola domenicale per sartine La Fraterna. Sono aperte nuove sezioni della Cassa di maternità – una forma di mutua autogestita dalle lavoratrici per il sostegno economico durante la gravidanza e il puerperio, teoricamente prevista dalla legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli del 1902 ma mai attuata dallo Stato. Sempre alle madri indigenti e in difficoltà è rivolto il servizio delle Cucine materne, con la fornitura gratuita di pasti. Viene aperto, tra il ’26 e il 27, il primo Centro di salute materna e infantile. Preludio degli odierni consultori, sarà entro pochi anni fagocitato dall’Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia), l’ente statale con cui l’Unione dovrà per forza di cose avere a che fare, tentando di salvaguardare la propria identità, esperienza e spazio d’azione pur nel ruolo subalterno in cui era stata costretta dalle manovre accentratrici del regime. Si procede inoltre ad ampliare la Casa con la costruzione di nuovi appartamenti e nel salone si fa teatro, ma anche proiezioni cinematografiche.

Di questi anni è anche il rilancio della Biblioteca, settore d’attività dell’Unione fin dalle origini. Dal 1927, aggiornata nel proprio catalogo di libri e periodici, è affidata alle cure di Bianca Ceva, che nel 1931 sarà estromessa dall’insegnamento per le sue posizioni antifasciste, dopo che il fratello Umberto, a sua volta militante antifascista, si era tolto la vita in carcere.

Queste attività proseguono fino al 1938, quando le leggi razziali impongono l’allontanamento delle socie ebree tra cui Nina Rignano Sullam, figura cardine dell’Ufn fin dalle origini, e terminano definitivamente nel ’39, con il decreto di scioglimento che avrebbe anche comportato la perdita dell’immobile.

Educarsi alla democrazia

Le unioniste riescono comunque a mantenere la proprietà della Casa, che viene gravemente danneggiata dai bombardamenti su Milano del 1943, ed a riprendere l’attività all’indomani della caduta del regime, forti dei diritti appena conquistati: quello di votare ed essere votate, ma anche quelli scritti nella Costituzione che ancora attendono di essere tradotti in norme, comportamenti, abitudini.

L’azione dell’Unione femminile in questa fase, fino a tutti gli anni Settanta, è determinata dalla volontà di formare cittadini e cittadine all’esercizio della democrazia e della eguaglianza nei diritti e nei doveri, ma anche di contribuire alla formazione della nuova classe dirigente ed a fare pressione perché quella in essere accolga le istanze delle donne, ancora in gran parte discriminate nella vita pubblica, nel mondo del lavoro, nella vita familiare.

In questa prospettiva l’Unione avvia nel 1953 una serie di conferenze a tema pedagogico, che daranno l’avvio al Circolo dei genitori e degli educatori, formato da docenti di psicologia, pedagogia, sociologia e medicina, poi consolidatosi con uno statuto proprio nella associazione Scuola dei genitori, finanziata e ospitata dall’Unione. Un’esperienza aggregante per le mamme e i papà (le mamme soprattutto), che catalizza esperti ed esperte in campo psico-pedagogico, e che fa anche divulgazione scientifica grazie alla collaborazione con radio Rai.

La partecipazione al Comitato di associazioni femminili per la parità di retribuzione del salario, il sostegno alla legge contro i licenziamenti per matrimonio, l’erogazione di borse di studio, la partecipazione al Centro per la riforma del diritto di famiglia e l’ospitalità data al Cemp (Centro educazione matrimoniale e prematrimoniale), consultorio autogestito per l’educazione sessuale e la contraccezione (che era vietata) sono altrettante attività di questa fase.

Dagli anni Settanta ad oggi

In continuità con le campagne di primo Novecento è la battaglia per il divorzio. Nel 1974 l'Unione sostiene il NO al Referendum con cui il fronte conservatore chiede di abrogare la legge che aveva introdotto in Italia l'istituto del divorzio (la n. 898 del 1970). L'Unione partecipa anche attivamente ad una delle campagne più importanti per l'autodeterminazione delle donne, quella sulla legalizzazione dell’aborto (la legge è del 1978).

L’ondata femminista degli anni Settanta apre nuovi orizzonti rivolti sia al passato, nella costruzione di genealogie femminili e di ipotesi storiografiche in Occidente, sia al futuro, con azioni volte a lasciare traccia documentale per le generazioni a venire. Negli anni Ottanta si diffondono in tutta Italia di centri di documentazione delle donne. Negli anni Novanta, a partire dalle esperienze dei primi corsi universitari di storia delle donne e di genere, si diffondono i gender studies. In questi due decenni si avvia il processo di valorizzazione e accrescimento del patrimonio archivistico dell’Unione, mentre è riorganizzata e rinforzata la biblioteca. Sia l’archivio storico che quello di Ersilia Bronzini Majno sono riordinati e messi in consultazione, mentre sono stati acquisiti archivi di personalità e di organizzazioni.

Allo studio e alla divulgazione della memoria storica delle donne l’Unione femminile affianca il tradizionale impegno nel settore del segretariato sociale e dell’assistenza. Oggi il tema del supporto ai “care givers” è ampiamente sentito e diffuso, ma negli anni Ottanta il gruppo di auto-mutuo aiuto aperto dall’Unione con l’Associazione malati di Alzheimer per le persone che si prendono cura dei propri genitori colpiti dalla malattia è, di nuovo, un’esperienza pionieristica. Per qualche anno, inoltre, è in funzione uno Sportello pensioni.

Degli anni Novanta è anche la ristrutturazione di parti della Casa dell’Unione: il salone al piano terra costruito ai primi del Novecento e uno spazio semi interrato molto suggestivo per le sue caratteristiche architettoniche. Negli stessi anni il world wide web è appena nato e l’Unione femminile nazionale crea il primo sito in Italia dedicato alla storia delle donne e agli studi di genere. Si chiama gopherdonna, poi, dal 2000, storiadelledonne.it.

La casa dell'Unione è ancora oggi un luogo di cittadinanza attiva. Forte della sua tradizione, l'Unione femminile contribuisce a diffondere una cultura sociale che valorizza l'esperienza delle donne, in contrasto alla violenza di genere e a sostegno dei diritti umani. Nei suoi spazi si tengono convegni e dibattiti su argomenti di attualità, concerti e serate di prosa, ma anche attività di formazione per insegnanti e attività didattiche con le scuole. Lo Sportello famiglia offre consulenza legale gratuita in materia di diritto di famiglia ed un servizio di counselling gratuito. Prosegue il recupero e riordino di fondi archivistici preziosi per la storia delle donne e di genere. La biblioteca specializzata possiede circa diecimila titoli, è in rete con il Sistema bibliotecario nazionale, ed offre un servizio di consulenza alla ricerca.

Persone collegate

Sofia Bisi Albini
1856 - 17 luglio 1919
Elisa Boschetti
1869 - 1955
Fabio Luzzatto
1 giugno 1870 - 18 giugno 1954
Alessandrina Ravizza
1846 - 22 gennaio 1915
Adele Riva
1863 - 1932
Paolina Schiff
27 luglio 1841 - 1926

Istituzioni collegate

Luoghi collegati

Narrazioni collegate

Documenti collegati