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Istituzione2018-06-11T21:08:54+00:00

Casa degli Emigranti

Scheda redatta da Claudio A. Colombo

Ricoveri e convitti

Sede
Casa degli Emigranti (già piazza Miani) (1907 - 1927)

Premesse storiche

La prima grande ondata migratoria dell’Italia contemporanea ebbe luogo tra il 1880 e il 1930. In questo arco cronologico il nostro Paese fu tra i maggiori esportatori di manodopera con oltre 17 milioni di italiani che migrarono, in modo definitivo o temporaneamente, all’estero. I dati statistici del primo ’900 parlano di 600-700 mila espatri all’anno con un picco di oltre 800 mila nel 1913. La legge sull’emigrazione varata dal Governo Saracco a fine gennaio del 1901 fu la prima normativa organica nel settore e istituì la figura del Regio Commissario dell’Emigrazione con il compito di coordinare le molteplici attività promosse a tutela degli emigranti, limitando la sua azione quasi esclusivamente all’emigrazione transoceanica. Stati Uniti d’America, Sud America e Australia assorbivano infatti più del 50% dei flussi migratori italiani.

L'Umanitaria e l'emigrazione continentale

1914. Gruppo di fornaciai italiani emigrati in Baviera (Fototeca Archivio Storico Umanitaria)

L'intervento della Società Umanitaria venne invece indirizzato all'emigrazione continentale, dato che quasi della stessa portata era l’esodo di emigranti che si recavano ogni anno in Europa, per svolgere prevalentemente lavori stagionali: Svizzera, Austria, Francia, Germania, Inghilterra e Paesi Bassi erano le mete predilette; lavoratori edili, minatori e braccianti agricoli le professioni principali richieste da quel mercato. Questi flussi migratori temporanei, che interessavano principalmente le regioni italiane del Centro-Nord, costituivano una integrazione alla tipica economia di sussistenza delle famiglie contadine, diventando una fonte di reddito alternativa quanto mai necessaria.

Un moderno servizio di tutela

Fu proprio per tutelare ed assistere questi emigranti che nel 1903, d’intesa con ben 50 Segretariati laici territoriali dell’Emigrazione dislocati in tutta la penisola, con la Federazione Edilizia, la Federazione Nazionale dei Lavoratori e le maggiori organizzazioni operaie, l’Umanitaria istituì a Milano un Consorzio per la tutela dell’emigrazione temporanea, coinvolgendo nel progetto esponenti di spicco del mondo laico e riformista come il deputato socialista Angiolo Cabrini, l’organizzatore sindacale Antonio Vergnanini, il fondatore della Federazione edilizia Felice Quaglino, oltre ad alcuni dei migliori uomini dell’Ente, tra i quali il segretario generale Augusto Osimo e i dirigenti dell’Ufficio del Lavoro Alessandro Schiavi e Giovanni Montemartini.

L’ufficio milanese svolgeva il ruolo di centrale operativa anche perché il capoluogo lombardo fungeva da polo nevralgico per lo smistamento di tanta forza lavoro che si recava oltre confine o in regioni limitrofe. Proprio in quest’ottica nel 1907 venne inaugurata una struttura importantissima, la Casa degli Emigranti, strategicamente situata alle spalle della vecchia Stazione Centrale, per dare supporto e offrire un po’ di ristoro ai tanti “viandanti della disperazione” di cui è ricca la letteratura dell’emigrazione, che negli anni ha rivelato l’odissea di centinaia di migliaia di lavoratori italiani, per tanti anni costretti a portare la loro professionalità all’estero (come nel caso degli stagionali). Tanto da far dire: “siamo nati in Italia, ma non siamo italiani, perché ci hanno obbligato a cercar pane altrove”, rincarando la dose: “Per noi l’Italia è chi ci dà da mangiare”.

Nasce la Casa degli emigranti

Ecco cosa ha scritto Carlo Emilio Gadda in alcune pagine de "La Meccanica":

“Dietro la Stazione Centrale, venne aperta una Casa degli emigranti nell’intento di assistere i lavoratori italiani in transito per Milano verso i paesi della Medieuropa: quelli che il Moncenisio il Sempione il Gottardo il Brennero pompano su dal vivaio del dispregio e della miseria, i sàles macaronì, i Katzelmacher, i cinque-cinque: a costruir case ponti canali, gittar traverse e rotaie, batter mine, vetri soffiare e lavorare dighe argini e terre, in terra straniera. Alla Casa degli emigranti vi furono possibilità di refezione e dormire: e docce gratuite, che altri eludevano paurosamente, perché quel regalo gli pareva sospetto, doveva nascondere certo un qualche tranello della questura; altri giocondamente le assaporavano, per la prima volta magari in lor vita, tèpide sui lacerti e le membra. Vi pesavan dentro, in que’ membri, i grumi densi, di ogni fatica”.

Al fabbricato principale venne aggiunto un corpo accessorio di m. 80 circa di superficie in cui si trovavano raggruppati i vari servizi per gli uomini e per le donne. Oltre alle latrine vi trovavano posto i lavatoi ampi e luminosi. Tutti i locali erano provvisti di servizi di riscaldamento e di illuminazione elettrica. Un cortile interno nella stagione estiva avrebbe permesso di usufruire pure di un ampio spazio all’aperto. Ma non era un luogo dove si poteva accedere liberamente:

“Salvo casi eccezionali, alle ore 24 il salone sarà fatto sgomberare e le porte d’accesso chiuse. I dormitori non saranno aperti che dalle 20 in poi e la sveglia sarà fatta non più tardi delle 7, in modo da restare completamente sgomberi per le ore 8.30, ora i cui il personale inizierà la pulizia dei letti e dei locali. Nelle altre ore del giorno i dormitori resteranno chiusi e nessuno si potrà soffermare”.

I punti di forza

Primi del '900. Per alcune donne inizia il “viaggio della speranza” (per gentile concessione Archivio Cesare Colombo)

Fu un servizio alla città, che si meritò anche tre pagine sul numero de “L’Illustrazione italiana” del 1908, dove il passaggio da una situazione davvero disdicevole per una città dal sapore europeo come Milano, ad una situazione di palese “risanamento” con accorgimenti e strumenti per agevolare l’afflusso delle masse degli emigranti era sotto gli occhi di tutti. Insomma, anche nel difficile campo dell’emigrazione (un campo d’indagine e di intervento che non venne abbandonato con la chiusura della Casa, ma che fu seguito da vicino anche nel secondo dopoguerra, innanzitutto con la pubblicazione del “Bollettino quindicinale dell’emigrazione”), quella dell’Umanitaria fu un’azione di vero riformismo sociale (e di educazione) e da Milano prima, da Bergamo, Piacenza, Marsiglia, Ventimiglia e Tirano poi, allargandosi a macchia d’olio, sarebbe stata capace di far vedere la differenza rispetto a “tutte le istituzioni sociali chiamate Opere Pie: e basti questo nome per capire di cosa effettivamente si trattasse” (come ebbe a far notare il Presidente della Liberazione, Riccardo Bauer). Punto di forza dell’azione dell’Umanitaria era che ogni sede decentrata poteva contare su una macchina organizzativa perfettamente funzionante: tutte le sedi erano in contatto tra loro e si trasmettevano informazioni e statistiche utili al compito da svolgere. Da Milano la sede diffondeva periodicamente circolari inerenti le attività da realizzare o su come migliorare i servizi delle varie istituzioni. I rapporti con la sede centrale erano quindi assidui, anche in considerazione del fatto che le varie sezioni potevano  usufruire delle competenze di alcuni istituti operanti a Milano: come la Scuola di applicazione per la cooperazione, la previdenza e la legislazione sociale e, soprattutto, l’Ufficio di informazioni e traduzioni, in funzione dal 1905. Quest’ultimo organismo, traducendo da tedesco, francese, inglese, forniva qualsiasi notizia riguardante il mercato del lavoro estero, movimento delle organizzazioni, agitazioni, legislazione sociale, mutualità, provvedimenti contro la disoccupazione.

Cinque anni di lavoro, 500.00 persone assistite

Vent’anni circa funzionò la Casa degli Emigranti, 365 giorni all’anno, da mattina a notte inoltrata: grazie ai resoconti mensili, trimestrali e annuali che un gruppo sparuto di solerti funzionari (tra cui bisogna citare il primo responsabile della struttura, Lino Burlini) inviava periodicamente al Segretario Generale dell’Umanitaria, Augusto Osimo, indicando i successi dell’iniziativa, ma anche i problemi e le lamentele, quando la mole di lavoro cominciava a mettere in serio pericolo la stessa immagine dell’Umanitaria. Il lavoro, in effetti, era incommensurabile. Bisogna solo rendersi conto che nel giro di soli cinque anni per questo edificio passarono oltre mezzo milione di emigranti: dicasi, 500.00 persone. Mezzo milione di individui affaticati dal lungo viaggio che appena scesi in stazione (dopo averli salvati dalla speculazione disumana messa in atto da commercianti e albergatori), venivano condotti alla Casa e sottoposti ad un interrogatorio senza sosta. “L’esercizio del primo anno ci costò molto di più del preventivo, fatto per altro con ogni oculatezza, ma si tratta di una istituzione sui generis e della quale difficile riusciva il preventivare le esigenze tutte”, si trovava a constatare il capo Ufficio dell’Emigrazione, il deputato Angiolo Cabrini, scrivendo a Giuseppe Marcora, Presidente alla Camera dei Deputati.

Uno dei resoconti più dettagliati del lavoro svolto è quello del 1912:

“Il servizio si svolge dapprima in mezzo al trambusto stesso dell’entrata nel salone, in un rapido incrociarsi di domande e di risposte, tra emigrante e personale, ed è di natura unica semplicissima: sapere l’ora della partenza. Naturalmente il servizio si complica subito e aiutano il Regolamento e l’orario ferroviario. Ottenuta una calma ragionevole, soddisfatti i bisogni della pulizia e dello stomaco, si richiedono le informazioni più utili: dai più minuti particolari dell’orario – transiti, coincidenze, arrivi, pagamenti di soprattasse, ecc – a quelle sul mercato di lavoro all’estero – tariffe, scioperi, agitazioni –, da quelle sull’organizzazione italiana ed estera alle leggi sociali nostre e d’altri paesi, da quelle su un infortunio occorso a quelle per l’acquisto di indumenti o di altri oggetti. Lavoro, come si vede, vario, molteplice, paziente ma che non stanca, che diletta perché l’ascoltatore è rispettoso ed è, soprattutto, fidente nella onestà, nella verità, nel disinteresse nostro”.

L'assistenza durante la Grande Guerra

Allo scoppio della prima guerra mondiale, l’attività della Casa non venne sospesa, anzi si moltiplicò a dismisura, trasformandosi in soccorso ai profughi di guerra, e coinvolgendo tutte le strutture dell’Umanitaria: fu intensificata l’assistenza ai rimpatriati e alle famiglie di quanti ancora residenti all’estero; per venire incontro agli allievi più bisognosi e accogliere i nuovi iscritti si mantennero aperte le Scuole professionali anche durante i periodi di vacanza; si crearono nuove Scuole per disoccupati, al fine di assicurare ai giovani qualche serio “mezzo di occupazione istruttiva” ed, infine, ci si attivò per aiutare gli orfani di guerra, per proteggere i figli dispersi, per soccorrere gli internati... (si pubblicò persino “L’Umanitaria per i profughi”, un supplemento al già cospicuo lavoro per “La corrispondenza settimanale dell’Ufficio dell’emigrazione”).

Il servizio durò a lungo e, seppur molto, sarebbe continuato a singhiozzo anche durante i primi anni Venti. Solo con la demolizione della vecchia Stazione Centrale anche la Casa degli Emigranti scomparve, senza mai porre in essere la convenzione iniziale del 1927 con cui il Comune di Milano pensava di affidare ancora all’Umanitaria la gestione di un nuovo “Asilo o Padiglione” per gli emigranti nella nuova Stazione Centrale (se ne può trovare traccia nelle carte dell’Archivio delle Ferrovie dello Stato).

Così, a conclusione di questa pagina incredibile di storia milanese, non resta che soffermarsi di fronte alla sua traccia più evidente, proprio nella sede dell’Umanitaria, nel chiostro delle statue, con l’opera in bronzo di Domenico Ghidoni, “L’emigrante”, raffigurante un drammatico gruppo di madre e figlia, uniti nella disperazione di un viaggio della speranza. Un’immagine simbolica che sembra fotografare una piaga delle nostre città, da anni assediate da una forma di immigrazione incontrollata, per la quale occorrono regole precise e doveri inappellabili nel segno, sì, dell’accoglienza e dell’integrazione, ma anche, e soprattutto, del rispetto degli altri e della legalità.

Domenico Ghidoni, "Emigranti" (1891, bronzo, fusione del 1921 circa)

 

Bibliografia

Una Casa per gli Emigranti. 1907. Milano, l’Umanitaria e i servizi per l’emigrazione, a cura di Claudio A. Colombo (RaccoltoEdizioni-Umanitaria, Milano 2007)

 

Persone collegate

Augusto Osimo
28 gennaio 1875 - 22 luglio 1923

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