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Narrazione2018-06-11T21:09:58+00:00

Ricordi e testimonianze sulla Scuola del libro

Scheda redatta da Claudio A. Colombo

La Scuola del Libro ha rappresentato per l'Umanitaria, per Milano, per l'Italia una vera Bauhaus nostrana, capace di imporsi anche a livello europeo nel campo della tipografia prima, della grafica e della fotografia poi, anticipando e sperimentando anche la pubblicità, il design e la comunicazione visiva.

Qui abbiamo raccolto una serie di testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle quell'esperienza di formazione professionale e di crescita civile.

Leopoldo Metlicovitz, docente di litografia (1905)

«Nonostante tutte le facilitazioni ed i mezzi messi a loro disposizione dalla Scuola, i disegnatori addetti agli stabilimenti fotomeccanici poco interessamento prestano a ciò che è fuori dalla loro orbita di esercizi giornaliero, e poiché hanno essi una sufficiente preparazione di studio accademico, hanno inteso di fare di questo corso superiore un semplice studio di perfezionamento accademico. Non è valso che il dirigente la sezione abbia fatto loro comprendere che tale non è lo scopo di questa scuola, essendo essa di puro carattere professionale; per cui il disegnatore deve farsi una cultura di tutti i suoi rami di applicazione professionale, non trascurando ed anzi dando il maggior impulso alle concezioni decorative del ramo, all’esercitazione del pensiero, cioè ad applicare nella pratica lo studio fatto, non semplicemente come parte esecutiva, bensì come creativa, ciò appunto che mira ad elevare il disegnatore e a formare un vero artista».

Raffaello Bertieri, direttore della Scuola dal 1918 al 1925

«Ormai la Scuola del Libro è il primo, il più vasto, il più completo istituto professionale grafico che vanti l’Italia e uno dei primi del mondo. Esagerazione? Assicuro di no. Quello che scrivo è quello che han già scritto altri, di altri paesi, in studi, riviste, lettere; è l’affermazione di una verità di cui nessuno potrebbe in buona, fede dubitare. Dirò subito che non ci siamo preoccupati di quello che fanno o fecero gli istituti congeneri esteri di maggiore o minor fama. Un Istituto del genere del nostro non solo deve avere per compito la preparazione, il completamento ed il perfezionamento delle qualità tecniche degli operai, ma deve avere anche come fine supremo il rifiorimento nel nostro paese delle arti e delle industrie da cui trae origine, non ci siamo preoccupati mai, ripeto, di uniformarci al programma della scuola tedesca, od inglese, o francese, o belga e via dicendo. Soltanto per una parte d’attività della Scuola, qualche volta ci capita di trovarci d’accordo con ciò che fanno gli altri; ed è nei principi tecnici; per tutto il rimanente spesso ci troviamo in aperto contrasto con quello che altri vanno facendo».

Augusto Osimo, promotore della Scuola del Libro 

«La Scuola del Libro diventava integratrice dell’officina, perfezionatrice, nobilitatrice del lavoro professionale, non concorrente del medesimo, non creatrice di privilegiati, soppiantanti, per virtù intellettuali o condizioni economiche, i lavoratori dell’opificio, i soldati dell’industria costretti a progredire tecnicamente ed economicamente solo attraverso il lavoro quotidiano professionale; ma confortatrice, stimolatrice, apportatrice di maggiori guadagni e maggiori soddisfazioni per coloro che alla tenacia nel lavoro univano la tenacia nello studio».

Scuola del Libro, foto di gruppo, 1920 (Archivio Storico Società Umanitaria)

Michele Provinciali e la progettazione grafica (anni '50)

«A quell’epoca c’era una specie di orgoglio da parte dei docenti a insegnare alla Scuola del Libro, e questo sentimento di appartenenza a una scuola che aveva una tradizione estremamente democratica, che era riuscita a superare vicende politiche nel tardo ottocento piuttosto incresciose e difficili, dava un prestigioso enorme alle persone, che facevano la fila per entrare a farne parte. Era una piccola società direi quasi elitaria per quanto riguardava la pedagogia, la didattica, lo spirito di ricerca».

Albe Steiner, direttore della Scuola del Libro 

«Vogliamo grafici che sentano responsabilmente il valore della comunicazione visiva come mezzo che contribuisce a cambiare in meglio le cose peggiori; grafici che sentano che la tecnica è un mezzo per trasmettere cultura e non strumento fine a sé stesso per giustificare la sterilità del pensiero o peggio per sollecitare inutili bisogni, per continuare a progettare macchine, teorie, mostre libri e oggetti inutili».

Enzo Mari, designer

“Alla Scuola del Libro, l’Umanitaria dava alla città ciò di cui aveva bisogno: tecnici preparati ad usare correttamente i propri strumenti e ben consapevoli della dignità del proprio lavoro di trasformazione. Non semplici ingranaggi... ma uomini al centro del processo produttivo, simboli di una vera emancipazione. A scuola, ricordo bene il rispetto e la complicità reciproca nell’apprendere. Sembrava quasi che non ci fossero distinzioni, come se la scuola fosse composta solo a allievi: gli allievi anziani, che formalmente dovevano insegnare e gli allievi giovani, che erano lì per imparare.

Antonio Tubaro, docente di lettering

«La Scuola del Libro era viva e a disposizione della città. Del resto, a Milano non c’era niente, altre scuole professionali di questo tipo non ce n’erano. E le scuole che c’erano erano scuole classiche, ancorate a vecchi schemi didattici che ormai avevano fatto il loro tempo. Invece l’Umanitaria era una scuola diversa in tutto: da noi si stava scrivendo il futuro».

Armando Milani, allievo dei corsi di grafica

«Ricordo che ogni mese di giugno, nel chiostro dell’Umanitaria, si allestiva la mostra dei lavori realizzati dagli studenti durante l’anno. Per noi era un momento di trepidazione e grande emozione vedere i nostri lavori confrontati con gli altri ed esposti al giudizio di tutti. Analizzavamo i lavori dei più fortunati studenti dei corsi diurni, che disponevano di tutto il giorno per studiare e frequentare: progetti costruiti con grande rigore, grazie all’insegnamento di razionalisti come Max Huber, Bob Noorda e Massimo Vignelli. Lavori impeccabili, mentre i nostri erano più sgrammaticati ma forse, pensavamo noi, dotati di più anima».

Giancarlo Maiocchi, allievo dei corsi di fotografia

«Ai miei tempi (metà degli anni ‘60) la scuola era viva da mattina a sera. Quando c’erano le esercitazioni non esistevano orari: se tu avevi organizzato il tuo set fotografico, non ricordo mai che una persona mi abbia detto “guarda sono le sei, le undici, bisogna chiudere, bisogna andare a casa” oppure “arrivano i serali”. La mia sensazione è che c’era un orario d’ingresso, ma non un orario di uscita. Perché all’Umanitaria la didattica non era solo forma, ma sostanza, fatica e sudore, era voglia di mettersi alla prova e volontà di riscatto, in piena libertà, senza preconcetti, senza costrizioni».

Alcuni allievi di un corso di fotografia dell'Umanitaria (1962 circa)

 

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