Sul modello di Londra, nasce l’Albergo Popolare (1901)

Scheda redatta da Claudio A. Colombo, Pasquale Iovene

Non di solo commercio doveva occuparsi Luigi Buffoli, il fondatore dell’Unione Cooperativa. Attento alle emergenze sociali della sua città adottiva, e solerte osservatore di quanto avveniva all’estero, alla fine dell’800 Luigi Buffoli si rese conto che bisognava “elevare a maggior dignità la condizione degli umili”. Il suo pensiero andò al modello anglosassone delle Rowton Houses, di cui il primo albergo era stato aperto a Londra nel 1893 (con 475 stanzette), presto imitato dal magnate americano Mills, che ne costruì uno analogo a New York (con 1200 camerette).

Cartolina dell'Albergo Popolare

Grazie a Buffoli, Milano conquistò “il primato assoluto nell’aver pensato a costruire il suo Albergo Popolare (530 stanzette) col mezzo della cooperazione”, fatto di cui si ci rendeva conto subito entrando nell’atrio dove spiccavano queste parole: “l’Albergo Popolare dica / la potenza e l’altezza nella cooperazione / accenda gli animi a propagarla / a schiuderle nuovi campi di progresso nel bene”.

L’Albergo – cinque piani di austera marmorea sobrietà vittoriana, qua e là variegati da vezzi ornamentali in stile liberty - fu inaugurato il 18 giugno 1901, coll’intervento, a nome del Re, del Duca d’Aosta, che consegnò a Buffoli la croce di commendatore della Corona d’Italia, un attestato che lo rese lieto non per sè, “che alle decorazioni non voleva dare una importanza maggiore di quella che esse abbiano, ma perché vedeva riconosciuta e premiata l’opera sua”. Nei mesi successivi Buffoli ebbe una soddisfazione ancora maggiore, quando Lord Rowton (l’ideatore delle Rowton Houses inglesi), visitando l’Albergo Popolare di Milano dichiarò che esso era di gran lunga migliore di quello di Londra.

Qui di seguito una suggestiva descrizione, tratta da un numero introvabile de “L’illustrazione popolare” del 29 dicembre 1901.

“Luigi Buffoli, il fervente apostolo delle cooperazione, può cantare un’altra volta vittoria per il suo Albergo Popolare, sorto appena da sei mesi a Milano e in via di continua prosperità. È un vasto edificio eretto in via Marco d’Oggiono, nel quartiere eccentrico di Porta Genova, ed è tutte le notti popolato da più di trecento uomini – le donne sono assolutamente escluse. Gli alberganti gustano il piacere di dormire, con la lievissima spesa di mezza lira -- di sessanta centesimi per la prima sera - in un buon letto o, più ancora, in un ambiente dove i principii dell’igiene sono assai osservati.
La camera è una cella, dove, oltre il letto, ci sta appena una sedia; ma una grande finestra può mantenerla aereata; le lenzuola sono di bucato, le coperte sufficienti, il letto elastico. Quando l’ospite s’alza la mattina, non ha che da scendere alcuni scalini per trovarsi davanti ad un lucido lavabo dì marmo, dai cui rubinetti esce a volontà o l’acqua calda o l’acqua fredda; in piccole vasche, su cui pure scende da rubinetti acqua calda e acqua fredda, sono i lavapiedi; più in là, ecco un minuscolo stabilimento di bagni: l’ospite dell’albergo può, con la spesa di dieci centesimi, esporre il suo corpo alla rinforzante bastonatura d’una colonna d’acqua, o ai fremiti di una pioggia diaccia; se poi il suo bilancio gli permette il lusso di spendere venti centesimi, può tuffarsi nell’acqua tepida di una bella vasca da bagno. È il massimo del benessere e della pulizia ottenuto colla minima spesa.
Fino alle nove dì mattina, egli può usufruire della cameretta che gli è stata assegnata; a quest’ora deve abbandonarla. Nè bagaglio, nè vesti, nè altro oggetto dì sua proprietà egli può lasciare nella camera, e questo, non già per un’inutile vessazione, ma per la tutela della sua proprietà. Per tutte le sue robe, v’è nel piano inferiore un armadietto che porta il numero della sua camera e che si chiude a chiave; il che gli permette di allontanarsi tranquillo, e sicuro che nulla gli verrà a mancare.
Abbandonata la cameretta, nella quale non potrà rientrare prima dello sette di sera, trova, se vuole, ampia ospitalità negli altri locali dello stabilimento; può trattenersi nella sala di lettura a leggere, ad accudire alla propria corrispondenza, può oziare nel fumoir, dove, se trova un compagno, può passare il tempo giuocando agli scacchi, al domino, alla dama; può aggirarsi negli ampi corridoi, o entrare nelle sale del restaurant a bevere una tazza di caffè. Vuol mutarsi di abito? .. V’è a quest’uopo uno spogliatojo. Vuol radersi la barba?... v’è un locale apposta e, se ne ha bisogno, non manca il barbiere che verso un lieve compenso lo serve... di barba e di parrucca.
L’ospite è padrone dì entrare, dì uscire dall’albergo durante tutte le ore del giorno, può condurre con sè un amico; e può, naturalmente, approfittare del servizio di restaurant. Ha anche il diritto di portarsi del cibo dal di fuori, e di cuocersi su ampie cucine economiche a ciò destinate, il pranzo e la cella; ma di questa autorizzazione pochissimi hanno sinora approfittato.
Ciò prova che il servizio del restaurant è ottimo e a buonissimo mercato. Una buona ed abbondante minestra, tre soldi; una porzione di vitello o di manzo con guarnizione, sei soldi; uno o due soldi di pane, un bicchiere di vino, e così con sessanta o settanta centesimi si può fare un pasto buono e sostanzioso. Tutto calcolato, una persona di modeste pretese, regolata ed economa, per merito dell’Albergo Popolare, risolve il difficile problema dì mangiare, bevere e dormire in una grande città come Milano con due lire al giorno, e senza stenti, senza sofferenze, e senza umiliazioni”.

Persone collegate

Luigi Buffoli
27 Agosto 1850 - 5 ottobre 1914

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