>Comunità
Comunità2019-08-06T11:30:59+00:00

Comunità rom e sinti di Milano

Scheda redatta da Fabrizio Pesoli

Esistente dal 1868

Religione
Cattolicesimo, cristianesimo ortodosso, islam

Rom, sinti e caminanti vivono da secoli in Italia e sono di fatto la più numerosa minoranza etnica e linguistica del nostro Paese, sebbene non ancora riconosciuta come tale. Sono circa 150mila, di cui 70mila con cittadinanza italiana. Diversamente da quanto si crede non sono nomadi, benché per secoli abbiano praticato il nomadismo per necessità. A Milano sono poco più di 4.000, residenti nei campi comunali o in insediamenti non autorizzati.

Dall’Anno Mille al XX secolo: i rom dall’India alla Pianura Padana

Popolo originario del nordovest dell’India, i Rom iniziarono il loro processo di migrazione intorno all’Anno Mille. Dopo una serie di tappe che videro lunghi periodi stanziali in Persia, Armenia e Anatolia, intorno al XV secolo giunsero in Europa, sparpagliandosi in tutte le regioni del continente. Presto, però, divennero oggetto di persecuzioni. La loro presenza fu bandita da quasi tutti gli Stati italiani (da Venezia nel 1483 allo Stato Pontificio nel 1555), con pene che andavano dalla fustigazione alla decapitazione. La Milano spagnola non fece eccezione: una “grida” contro gli zingari del 1663 prevedeva “agli uomini sette anni di galera, alle donne di essere pubblicamente frustate e mutilate di un’orecchia”. Per sfuggire a questo stato di minaccia permanente, le comunità romanès trovarono riparo nelle zone di confine tra stato e stato.

Se il ceppo più antico in Italia è quello dei rom abruzzesi, giunti dalle coste greche e albanesi in Puglia già alla fine del Trecento, e se i caminanti abitano la Sicilia orientale almeno dal Seicento, nella Pianura Padana i sinti sono presenti dalla metà dell’800, quando discesero dall’area germanica. Il loro passaggio a Milano è descritto nel novembre 1868 dal settimanale L’emporio pittoresco: «In una delle ultime settimane una carovana di zingari giunse a Milano, e s’accampò fuori di porta Vigentina sulla strada di circonvallazione. […] Quasi tutti i componenti di questa carovana romanesca esercitano il mestiere del fabbro-ramajo. […] Essi portano con sé tutto il loro avere. Gli uomini sono ben vestiti; ma i ragazzi sono quasi nudi». Nell’Italia post-unitaria, la cui società ed economia erano ancora prevalentemente agricole, gli zingari trovarono quindi un proprio spazio esercitando le tipiche attività di fabbri, stagnini, sensali di cavalli, giostrai, circensi, e convivendo in qualche modo con le diffuse norme antivagabondaggio, sino ai primi decenni del XX secolo.

La persecuzione sotto il fascismo. Il Porrajmos

Questa relativa tolleranza fu drammaticamente interrotta nel 1938. Le leggi razziali varate quell’anno dal regime fascista, pur riferendosi esplicitamente solo agli ebrei, furono la base per atti amministrativi persecutori anche ai danni di rom e sinti, definiti “asociali” e portatori di “caratteri psichici e morali negativi”. Nel settembre 1940 una circolare del Ministero dell’Interno fissò le disposizioni per l’internamento degli “zingari italiani”. I rom dell’Istria e della Slovenia italiana, come pure i sinti emiliani e i rom abruzzesi, furono rastrellati e deportati in campi quali quelli di Perdasdefogu, Tossicìa, Prignano sulla Secchia, Berra, Gonars, Montopoli Sabina, Ferramonti, Agnone, Isole Tremiti. In totale, circa 6.000 rom e sinti italiani furono internati sotto il governo fascista. Si calcola che almeno un migliaio di essi siano stati trasferiti nei lager nazisti e lì uccisi: è la tragedia che il popolo rom chiama Porrajmos o Samudaripen, il genocidio degli zingari.

Il dopoguerra: l’Opera Nomadi e le classi Lacio Drom

Nell’immediato dopoguerra l’Italia è meta di consistenti arrivi di rom, soprattutto del ceppo Harvati, originari delle zone di confine cedute alla Jugoslavia nel 1947. Sono considerati stranieri, e dovranno attendere il trattato di Osimo del 1975 per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana. Quelli giunti a Milano si insediano in aree periferiche, in particolare nella zona Gallaratese-Cimitero Maggiore, e diventano in breve il gruppo zingaro più numeroso sul territorio. Praticano un nomadismo locale, spostandosi tra la città e la provincia su carri trainati da cavalli per esercitare le proprie attività artigianali. Ma all’epoca l’ingresso in città avviene ancora attraverso il dazio, e questo causa costanti problemi ai rom, privi di documenti che certifichino la loro residenza. Per lo stesso motivo essi sono esclusi dall’assistenza sanitaria: la battaglia per garantirne l’accesso è tra le prime condotte dall’Opera Nomadi, ente sorto nel 1963.

Gli anni ’60 vedono destarsi l’attenzione delle istituzioni per la cosiddetta “questione zingara”. Sul fronte della lotta all’analfabetismo, l’Opera Nomadi avvia, a Bolzano e a Milano, le prime classi “Lacio Drom”. Si tratta di classi differenziali, destinate ai soli alunni rom e sinti, che vengono presto estese dal Ministero dell’Istruzione al resto d’Italia. L’esperienza è concepita per favorire l’integrazione ma di fatto finisce per creare un ghetto educativo, e viene chiusa nei primi anni ’80. Il Comune di Milano crea inoltre un “Comitato per l’Integrazione Culturale e Sociale”, che provvede tra l’altro a sperimentare occasioni di inserimento lavorativo: i rom diventano forza lavoro essenziale nei cantieri del Parco Forlanini e della Montagnetta di San Siro. Anche la Chiesa esprime la propria vicinanza al mondo zingaro: l’arcivescovo di Milano Montini crea una pastorale diocesana per i nomadi, poi, divenuto papa Paolo VI, nel 1965 incontra i rom a Pomezia e nel 1970 crea il “Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti”.

1970-1990: nascita dei campi nomadi

Con gli anni ’70 si afferma il modello abitativo del “campo nomadi” a gestione comunale, che, nonostante molte polemiche e riflessioni critiche, resta tutt’oggi in vigore. Città capofila sono di nuovo Bolzano e Milano: qui nel 1967 si realizza il più antico insediamento esistente, quello di via Negrotto. Nel 1973, per la prima volta, una circolare ministeriale sancisce il diritto al nomadismo, chiudendo una lunghissima stagione di ordinanze comunali che vietavano la sosta ai “girovaghi”, obbligandoli a continui spostamenti. Altre città del Centro-Nord cominciano allora a dotarsi di “centri di sosta” attrezzati per le carovane, dove trovano alloggio gli zingari già presenti sul territorio ma anche i nuovi arrivati, provenienti soprattutto dalla Jugoslavia. Negli anni ’80, alcune Regioni (il Veneto nel 1984, la Lombardia nel 1989, le Marche nel 1995, ecc.) varano leggi a difesa delle minoranze rom e sinte. Si tratta di un passo avanti importante verso il riconoscimento di pieni diritti, benché non privo di contraddizioni. In queste leggi il nomadismo è assunto a tratto costitutivo della cultura romanì: di qui prende piede la convinzione che il campo nomadi sia la soluzione abitativa “naturale” e più idonea, ponendo così le basi per una sedentarizzazione coatta di rom e sinti in spazi spesso inadeguati, che a volte si trasformano in veri e propri ghetti.

Duemila: gli anni della precarietà

La popolazione romanì a Milano cresce, negli anni ’90, con l’arrivo di profughi dalla ex-Jugoslavia, e, dopo il 2007, di rom da Romania e Bulgaria, divenuti Paesi membri della UE. Nuovi campi vengono quindi realizzati, spesso regolarizzando insediamenti spontanei già esistenti. Ma, sulla spinta di ciclici allarmi sul fronte della sicurezza, si procede anche a sgomberi forzati (da via Triboniano nel 2011 a via Idro nel 2016). Ad oggi sono cinque i campi nomadi autorizzati, quelli di via Negrotto, via Chiesa Rossa, via Bonfadini, via Martirano e via Impastato. Oltre a questi, sussistono sul territorio cittadino insediamenti abusivi ma anche aree, sia demaniali che private, in cui gruppi di rom risiedono legittimamente in abitazioni proprie. È il caso di via Monte Bisbino a Baranzate, dove in villette in muratura abitano rom Harvati, Kanjaria e Khorakhané. La situazione dei rom e sinti milanesi resta comunque quella di chi vive in una costante precarietà, in attesa che si affermi un nuovo modello condiviso di convivenza urbana.