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Comunità2019-08-06T11:30:59+00:00

Comunità filippina di Milano

Scheda redatta da Donatella Ferrario

Esistente dal 1980

Religione
Cattolica

I primi arrivi a Milano di immigrati dallo Stato delle Filippine - oltre 7.000 isole nell’Oceano Pacifico, con una varietà di risorse naturali e una biodiversità tra le più ricche del mondo - si fanno risalire agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Anche se, secondo la testimonianza di don Enrico Crisostomo - ex responsabile della cappellania della comunità nella chiesa di Santo Stefano, la cosiddetta “parrocchia dei migranti”, e prima della comunità di San Tomaso in Terramara - il cardinale Carlo Maria Martini parlava di piccoli gruppi di filippini a Milano già a partire dalla metà degli anni Settanta.

In maggioranza cattolici, tranne una piccola percentuale islamica, gli immigrati filippini parlano tagalog, del gruppo linguistico austronesiano, dal 1987 lingua ufficiale insieme all’inglese. Il loro parlato è un mix di influssi, che risalgono alle molteplici conquiste nei secoli e alle migrazioni interne.

Quella che è la comunità straniera più numerosa di Milano - si calcolano circa 41.000 residenti - giunge per lo più dalla provincia di Batangas, a nord della capitale Manila, nella regione di Calabarzon, sull’isola di Luzon e arriva, come spesso accade, per passaparola e ricongiungimenti familiari.

Una migrazione a maggioranza femminile, almeno agli inizi, che trovava occupazione in mansioni legate al lavoro domestico (collaboratrici familiari) o di assistenza agli anziani.

La legge marziale e le persecuzioni nel periodo della presidenza di Ferdinand Marcos e della moglie Imelda - che, dopo i moti pacifici e le marce di protesta in Epifanio de Los Santos Avenue (Edsa) a Manila, guidati dai cardinali Jaime Sin e Ricardo Vidal, fuggirono alle Hawaii - portarono molti a lasciare, per la conseguente crisi economica, la propria patria, privilegiando mete come gli Stati Uniti, la Spagna e l’Italia, sia per motivi linguistici che religiosi.

La comunità filippina ha come caratteristica una forte coesione interna basata sulla profonda religiosità, sul senso della famiglia e su un’etica che, in lingua tagalog, si basa sull’utang na loob. Intraducibile in italiano, si può rendere come “reciprocità” o “debito di gratitudine”: una sorta di imperativo morale che spinge a restituire, maggiorati, i favori ricevuti. I legami familiari sono fortissimi: la solidarietà si estende a tutti i parenti, anche i più lontani per grado.

Le difficoltà della migrazione sono onerose, come sempre accade, soprattutto per i primi arrivati: don Enrico Crisostomo parla di uno spaesamento non solo linguistico, ma anche religioso, dato che i filippini giunti a Milano si trovavano di fronte a un differente rito cattolico, quello ambrosiano. Senza contare la peculiare sensibilità emozionale, tutta orientale, che si scontrava talora con una razionalità occidentale che poco gli apparteneva.

In un panorama in cui si registra la presenza di nuclei familiari con filippini di seconda generazione, nati e cresciuti a Milano, spesso la lingua originaria non viene insegnata, né le tradizioni conosciute e tramandate, con uno iato talora problematico tra la prima e la seconda generazione.

A Milano i filippini si ritrovano soprattutto la domenica, nell’arco dell’intera giornata, per seguire le funzioni religiose nelle numerose chiese cittadine che celebrano in tagalog, perché il luogo di culto è il loro ponte verso la patria lontana e la famiglia, luogo in cui possono ricostruire legami, ritrovare il senso di comunità e, per i primi arrivati, il suono della lingua natia. La chiesa è il fulcro quindi per ricostituire una piccola patria, nonché una sorta di centro di accoglienza e benvenuto dei nuovi immigrati.

San Tomaso in Terramara è stata una delle prime chiese a celebrare in tagalog e un importante luogo di incontro per la comunità che, per motivi di spazio, si è dovuta trasferire nella vicina Santo Stefano, ma anche la basilica di San Lorenzo Maggiore e la chiesa di Santa Maria del Carmine sono due centri in cui i filippini, soprattutto di prima generazione, ridanno vita alla casa perduta.

Mentre i primi arrivati faticavano per entrare nel mondo del lavoro e assicurare aiuti costanti alle famiglie lontane, con rimesse consistenti, con i ricongiungimenti e con le seconde generazioni e un senso di doppia appartenenza, si stanno velocemente sviluppando in città piccole e medie imprenditorie, soprattutto nel campo della ristorazione tradizionale, anche con l’ausilio di furgoncini per lo street food, bar, nonché agenzie di viaggio. Proprio la caratteristica dello stare insieme fa sì che prolifichino associazioni spesso legate alla regione di provenienza, sportive (basket) o in vista di progetti di consapevolezza e coesione sociale, che includono corsi di lingua italiana. Tra queste The Philippine Nurses Association of Milan (TPNAM) e Migrants’ Advocacy for Integration Association (MAIA). La fondatrice di MAIA, Elienor Llanes Castillo, conduce a Milano una battaglia quotidiana per l’integrazione dei bambini in difficoltà, fornendo corsi di ogni tipo, lingue, musica, danza, tutti condotti da volontari seri e preparati. MAIA organizza anche incontri per apprendere e/o migliorare la lingua italiana, imparare il tagalog e l’inglese; campi estivi; sostegno nell’apprendimento scolastico.

Tra le feste tradizionali, si segnalano a metà dicembre il Tim man gavig, la "messa del gallo" e, durante Santa Cruzan, a fine maggio, la festa Flores de maio, ovvero delle ragazze in fiore, al loro debutto nel mondo adulto.